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5 Giu

Irina mi abbraccia, ma questa stanza fa paura anche a me. E’ coperta di una moquette di un rosso molto cupo che sale lungo le pareti fino al soffitto. Sul soffitto alcuni faretti molto fiochi, e il passaggio dalla luce del corridoio ci rende quasi cieche. Il tempo di abituarsi alla semioscurità è sufficiente perché io vada a sbattere contro un divano di pelle.

Nella stanza non c’è altro, tranne una seconda porta, anche questa senza maniglia, sulla parete opposta.
Ci sediamo sul divano, Irina trema ma mi spiega molto chiaramente che qui non possiamo aspettarci niente di buono. Lo avevo capito anch’io, ma lei mi dice anche il perché: “Questo è un donjon, la stanza dove si fanno i giochi sadomaso pesanti, e quello che abbiamo già passato ci sembrerà una visita a Disneyland”.

Non è il modo migliore per tirarmi su il morale, ma Irina ne trova un altro. Infila una mano fra le mie gambe e mi dice: “Facciamo l’amore, ti prego”.
Non le chiedo cosa le salta in mente: mi sembra invece l’unica cosa da fare e ricambio la carezza, per poi abbracciarla di nuovo e stenderla sul divano.

Forse per caso, forse per fortuna, o forse perché ci hanno spiato, i nostri aguzzini ci lasciano concludere. Dopo, Irina è fra le mie braccia e mi dice: “Scusami, ti ho messo veramente in un guaio”.
Io mi limito a baciarla in punta di labbra: durante l’amore le ho lavato la faccia con la lingua, e non mi è dispiaciuto neanche un po’ il sapore che mi ha lasciato in bocca.
“Non ti sei pentita di avermi seguita”?, mi chiede ancora.
La bacio ancora e ci penso. Insomma, siamo davvero nei guai, ma io forse costituisco una assicurazione sulla sua vita. Irina è una puttana extracomunitaria, carne da macello, ma io sono italiana, in qualche modo e nonostante l’aria che tira nel nostro Paese questi signori ci devono pensare un po’ su prima di farci troppo male o addirittura ammazzarci e seppellirci in questi sotterranei. Magari alla fine avremo qualche livido, ma ci metteranno un altro po’ di soldi in mano e sarà tutto dimenticato.

Non lo spiego ad Irina, e invece la bacio ancora e le dico che quando usciamo di qui dobbiamo rifare l’amore, per tutta la notte ed in un ambiente più confortevole. Lei me lo promette e ricambia il bacio.
E questo punto arrivano i padroni di casa, entrando dalla stessa porta attraverso la quale siamo entrate noi. All’inizio sono solo due ombre, con la forte luce del corridoio alle spalle, poi chiudono la porta e mi mettono ancora più paura. Adesso portano dei cappucci da boia, uno rosso ed uno nero, e dai loro polsi penzolano un frustino sottile ed una specie di gatto a nove code.
Penzolano perché hanno le mani occupate, e le liberano gettando a terra quello che portano, proprio davanti a noi. E’ roba che anche cadendo sulla moquette tintinna e rotola, si tratta di collari e polsini di cuoio e metallo.

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