120

4 Ago

Il cameriere che ci porta i secondi scappa via con gli occhi fuori dalle orbite; mentre la serviva, Aliena si è stirata come una gatta, io dall’altra parte del tavolo ho avuto una visione celestiale, figuriamoci lui che chino in avanti era proprio in poltronissima.
Irina sorride e spara una nuova frase incomprensibile, sorride anche Aliena. Poi la traduzione, insomma Irina le ha detto che qui lei è una normale ed anzi affezionata cliente, non c’è bisogno di mostrare la mercanzia perché non intende proporre un cambio merce.
Penso ad Elena che fa una sega al fornaio e sorrido anch’io, poi ridivento seria perché Irina mi racconta che quando ha cominciato a lavorare da sola convertiva ogni acquisto in pompini, e ne ha fatti tanti. Ha giurato che Aliena non dovrà affrontare altre umiliazioni, e che la tiene ferma non per la lingua, ma per essere sicura che gli stupri non le fanno più male dentro.
“Non li dimenticherà mai”, concordo, “ma imparerà a conviverci”. E non sto pensando a quello che ci hanno fatto i ricconi, ma al professore di filosofia di cui eravamo tutte un po’ innamorate e che mi saltò addosso e fece tutti i suoi comodi in fondo ad un corridoio della scuola: ero al terzo anno di liceo, ala fine scoprii che da ottobre a giugno si era fatto tutte le studentesse della classe e tutte allo stesso modo, per poi cambiare istituto. Ma questo non lo dico, è un fatto troppo mio.
Brindiamo ancora svuotando la bottiglia, poi arrivano i dolcetti di mandorla accompagnati dal mirto ghiacciato e brindiamo di nuovo, comincia un po’ a girarmi la testa e si vede.
Aliena se ne accorge e credo lo dica ad Elena, ed in men che non si dica mi ritrovo sulla sua Ural, casco in testa, saldamente abbracciata alla sua vita, con Aliena che accende il mio scooter e lo fa sgommare con tranquilla noncuranza; vorrei dirle di andarci piano a causa del venerabile numero di anni che abbiamo passato assieme, ma siamo già partiti con uno scatto, e ad ogni semaforo tra qui e casa loro Aliena ci si ferma accanto con pochissimo ritardo. Tra l’altro l’aria fresca in faccia mi fa decisamente bene, arriviamo che la mia sbronza sembra abbastanza smaltita e mi accorgo che siamo nella traversa accanto al portone, davanti ad una saracinesca che Irina governa con un enorme telecomando.
Insomma a quel che capisco è un ex negozio trasformato in garage che accoglie la moto di Irina, il mio scooter, e già ricovera una grossa mercedes nera. “L’unico difetto”, ammette Irina, “è che dobbiamo sempre passare per la strada, e qualche volta è cattivo tempo, o magari non vorresti farti notare”.
Come magari stasera, visto che c’è di guardia davanti al portone il solito scombinato che offre sesso, ci vede ma invece di venirci incontro si volta dall’altra parte. Sono ancora abbastanza su di giri per chiedere ad Irina come mai, lei mi risponde che magari ha già ottenuto quello che voleva.

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