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30 Ago

Qui al roof garden il caffè è una brodaglia marroncina pomposamente presentata come caffè dal commercio equo e solidale, ed è anche vietato fumare. Disgustate, Catia ed io saltiamo in piedi come una sola donna e puntiamo decise verso l’uscita, rallentando solo per salutare Simonetta; che ci corre dietro e mi prende da parte.
“Ho in mente una serata importante per te, ti chiamo presto”, mi dice in fretta, e mi ruba un bacio.
Mi lascia andare e raggiungo Catia in ascensore, in tempo per salvarla dalle avances di una rossa mozzafiato che la sta stringendo in un angolo.
“Sì”, dice davanti ad un normale e gradevolissimo espresso del bar all’angolo, “mi rendo conto che faccio anche ridere, ma mi fa veramente schifo; ho passato dieci anni a maneggiare tette, culi e fiche perché i registi dei film porno erano convinti che avevo la faccia da lesbica, adesso non ne posso più”.
Come è una faccia da lesbica? Catia è molto carina, mi fa sempre venire voglia di baciarla ma mi sono sempre trattenuta da quella prima sera in cui Irina mi ha detto: “Catia non fa scene lesbo”. E sono convinta che lei me ne sia grata.
Usciamo nella deliziosa piazzetta barocca ed accendiamo una sigaretta per coprire un certo profumino di cloaca che arriva dal Tevere: comincia il caldo ed è sempre così a Roma, peccato. E meno male che io non abito nel vecchio centro della città.
Ci viene da ridere: i nostri telefonini prendono vita contemporaneamente per segnalarci l’arrivo di qualche messaggio. Chiedendoci scusa l’una con l’altra, leggiamo.
Sul mio c’è un messaggio di Tiziana che dice solo: “avrei voluto tu fossi qui, mia signora”.
Faccio per scusarmi con Catia, voglio richiamare la mia allieva, e lei mi anticipa: “Senti, devo andare a lavorare, ti va di venire con me, così vedi anche il mio studio? E’ qui vicino, ci si arriva a piedi”.
Va bene, ma prima faccio la mia telefonata, e Catia è così cortese da voltarsi e far finta di non ascoltare.
Tiziana risponde al primo squillo. E’ a casa, oggi riposa e resta in famiglia, ma l’impegno di ieri sera era molto importante: insomma, ieri è stata la serata del club dedicata ai non soci, con spettacolo, ricchi premi e cotillon, vorrebbe raccontarmela tutta, ma mi impongo, inghiottendo un certo disappunto per non poterla avere qui e subito.
“Me lo racconterai domani. Aspettami allo studio a partire dalle otto di sera, mi servirai la cena”.
E’ bello che una allieva non discuta mai; risponde: “Sì, mia signora. Cosa vuole mangiare la mia signora?”
Sarebbe bello rispondere “soltanto te”, ma così copierei quella stronza di Elisabetta, che mi conquistò proprio con una frase del genere. Quindi ordino sushi, ricordando che l’abbiamo già mangiato da me.
Tiziana risponde: “Mia signora, questa allieva esiste per servirti”, ed io riattacco.
Catia prima mi spiega che divide con altre due amiche questo appartamento cui non può per ora rinunciare, poi mi fa strada per vicoli e vicoletti, passiamo addirittura accanto allo studio di Tiziana, poi un’altra traversa di Corso Vittorio ed un portoncino male in arnese in fondo ad un vicolo un po’ buio.
Dentro, un ascensore traballante ci porta fino all’ultimo piano, e Catia apre una porta evidentemente corazzata, più bella delle altre che si affacciano sul pianerottolo.
Un corridoio sul quale si aprono alcune porte, pittura scrostata alle pareti, odore di deodorante e detersivo; insomma, decisamente più brutto di quelli di Elena e di Tiziana.
In fondo al corridoio compare una ragazza molto giovane, con una testa da Medusa di lunghi riccioli neri e infagottata in un camicione bianco, ci vede e ci viene incontro quasi di corsa.
Parla l’italiano malissimo, dice qualcosa come “finalmente arrivata Catia, no rispondi telefono”, Catia la tranquillizza e ci presenta.
La ragazza affannata è Marica, è moldava e sostituisce oggi Michela, che non è potuta venire al lavoro.
“Michela è molto sveglia ed esperta, mi chiedo come mai si sia fidata di Marica, che è pure brava e carina ma non capisce ancora bene l’italiano”.
“Forse si aspettava una giornata tranquilla, oggi”, replico.
Catia si stringe nelle spalle.

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