170

23 Set

L’ingresso sul retro ricorda di più quello di un pronto soccorso, con vetri opachi e croci rosse, ma senza il caos di ambulanze, barelle, infermieri e medici. C’è soltanto una persona che ci aspetta, una donna alta e magra in camice bianco, con un disordinato casco di capelli grigi, che ci guarda freddamente attraverso un paio di occhiali dalla pesante montatura nera.
Si presenta come la dottoressa Proietti, ci porge la mano e ci fa accomodare in una specie di salottino. Ha palesemente il compito di accogliere e tranquillizzare i parenti dei ricoverati, parla con tono gentile e cerca di spiegarci cosa stanno combinando all’interno delle segrete stanze.
Ci dice che Irina sia già stata portata a fare tutte le verifiche, hanno prelevato sangue ed urine e faranno risonanza magnetica e TAC, o forse una sola delle due, non capisco bene; prima, ovviamente, non potranno dire niente di preciso, ma da quello che ha potuto vedere si è fatta l’idea che l’unico intervento necessario sia quello al setto nasale.
Non ha guardato abbastanza, le parlo delle ferite all’ano e ricevo un gesto di gentile ma fermo diniego: mettere eventualmente un paio di punti lì non è certamente materia chirurgica.
Devo mettere due firme sul modulo di ricovero, lo faccio qualificandomi come il suo avvocato, poi le detto il mio vecchio numero di telefono e le chiedo quando potrò avere qualche notizia.
“Non prima di domani mattina, è inutile che aspettiate qui secondo me”.
Dico che vorremmo salutarla, lei si stringe nelle spalle e ci fa strada prima ad un ascensore che scende rapidamente, poi attraverso corridoi immacolati e deserti; ci sono tante porte con le tipiche indicazioni di un ospedale, ma non c’è nessuno e mi sembra vagamente assurdo.
Non c’è niente di assurdo in Irina che troviamo su di una barella, circondata da infermieri e medici. E’ coperta fino alla vita da un lenzuolo, le hanno tolto il vestito e messo una camicia da notte leggerissima, una cinghia di cuoio passa sotto i seni e la assicura alla barella, qualcuno in camice bianco regge una flebo il cui tubo finisce nell’ago conficcato nel dorso della mano, una ragazza sta prendendo appunti.
La ragazza si ferma e alza la testa, vedo che è meno giovane di quanto sembra, ha probabilmente la mia età.
“Sono la dottoressa Rossi, il medico della signorina”.
Mi presento e presento Aliena, ma dico che non parla italiano. Le dico che sono l’avvocato della paziente e che posso ricevere tutte le informazioni.
La dottoressa Proietti, alle nostre spalle, fa probabilmente un cenno di assenso perché lei annuisce.
“Guardi, credo non ci sia niente di grave, non mi sembra abbia lesioni interne, adesso la sediamo e domani sera, se le analisi confermeranno le mie ipotesi, le sistemeremo il naso. Certo che dovrà stare qui da noi almeno per un mese, probabilmente ha anche qualche costola incrinata. Prenda il mio numero e mi chiami domani mattina non prima delle nove”.
La dottoressa Proietti le si avvicina e le dice qualcosa che non capisco, lei annuisce di nuovo.
“Per motivi di riservatezza, la signorina è ricoverata sotto il nome di Maria Marini, mi chieda di lei sempre con quelle generalità, per favore”.
Cosa vuol dire? Non ho idea se si possa fare, meglio che stia zitta.
“Potete salutarla, fra qualche minuto la sedazione comincerà a fare effetto”.
Faccio segno ad Aliena, che ha fatto finta di non capire, e lei si china su Irina, le dà un bacio leggero in fronte e le dice qualcosa.
Poi mi avvicino io, vorrei accarezzarla e baciarla ma ho paura di farle male, mi chino e lei mi dice a bassa voce ed in fretta, di lasciare la macchina in garage ma di prendere pure la sua moto, e di badare ad Aliena. “Te la affido, mi raccomando”.

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2 Risposte to “170”

  1. solounoscoglio settembre 24, 2012 a 1:16 pm #

    un mese di clinica privata?!? e chi paga?!?!

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