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10 Dic

herouardLa dottoressa Proietti ci ha intercettate nell’atrio e ci ha gentilmente guidate in amministrazione, dove ha tranquillamente fatto sparire i contanti pudicamente infilati in una busta; in cambio mi ha consegnato la fattura relativa al primo acconto, in capo a Irina Bondarenko, e mi ha promesso di farmi tempestivamente avere quella relativa al pagamento odierno.
Poi ci ha guidate per corridoi ed ascensori fino ad una stanza un po’ isolata rispetto alle altre, con la porta chiusa.
La dottoressa Proietti mi spiega che la polmonite di Irina non è assolutamente niente di grave, quasi se la aspettavano, e che da domani alterneranno i periodi di sedazione con quelli in cui la paziente sarà tenuta sveglia, perché sembra che anche le costole comincino a farle meno male.
“Io”, conclude, “ho raramente visto una persona conciata così, sembra che abbiano provato a farle il più male possibile senza metterla in pericolo di vita, se non fosse una bestemmia direi che è stato un pestaggio sotto controllo medico”.
La dottoressa Proietti non sa niente del dottor Mengele o dei medici argentini che assistevano i torturatori di stato, evidentemente, per tacere degli ospedali psichiatrici riservati ai dissidenti in Unione Sovietica; la lascio nella sua beata ignoranza, adesso voglio vedere Irina e se possibile parlarle, anche Aliena freme accanto a me. Mi è sembrato che mi desse un’occhiata un po’ così quando ha sentito della polmonite che le avevo taciuto, ma è stata brava, in teoria lei non capisce l’italiano.
Troviamo Irina completamente imbozzolata da bende e cerotti, non riesco neanche a vedere il suo nuovo naso alla francese, solo gli occhi chiari brillano attraverso qualche fessura, le labbra rosse che restano semiaperte, ha forse ancora qualche difficoltà a respirare. Entriamo solo noi due, la dottoressa resta sulla soglia.
Aliena mi sorpassa, si china sul letto e bacia Irina sulle labbra, poi si inginocchia e le prende la mano con delicatezza, c’è l’ago della flebo conficcato nel polso.
Mi avvicino anch’io dall’altro lato, la bacio piano e mi volto per chiedere se non è possibile alzare il letto, metterla in qualche modo a sedere.
Irina sussurra che va bene così, mi fa segno di avvicinarmi e mi parla all’orecchio con un filo di voce: “Stella, ancora grazie di tutto. So che hai il mio telefonino, hai fatto benissimo, fatti aiutare da Aliena per il lavoro, è il momento giusto. Hai risposto alle chiamate”?
Non posso farle un resoconto delle nostre marchette, non è la sede, le dico solo che la situazione è sotto controllo e che ci manca e siamo preoccupate.
“Non dovete, qui va tutto come deve andare. Quando esco ci faremo una bella vacanza e dimenticheremo questa cosa. Ma Stella, devi solo stare attenta a Ivan, se chiama o scrive rispondi che io non ci sono e che tu non sei disponibile: con queste parole esatte, mi raccomando”.
Mi viene il dubbio che sia stato questo Ivan a procurarle l’appuntamento con l’arabone dal quale è uscita così malridotta, ma preferisco non fare domande.
“Ripeti, Stella, per favore”.
“Irina non c’è ed io non sono disponibile”.
Sembra soddisfatta, sposta lo sguardo su Aliena, e allora io faccio un passo indietro, non tanto per la riservatezza quanto per lasciare spazio: parlano la loro lingua per me incomprensibile, ma non posso fare a meno di vedere che Aliena si rasserena da un istante all’altro, alla fine sorride addirittura.
Irina si rivolge ancora a me: “Ho saputo che hai versato degli acconti: grazie, ma non farlo più, neanche se te lo chiedono, per favore”.
E qui la visita finisce, perché la dottoressa Proietti ci invita ad uscire ed a lasciar riposare la paziente.

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