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13 Mar

kani - shibariAdesso sono loro a non poterne più: si sono accoccolati sui talloni uno accanto all’altro, così come li abbiamo trovati. Io li imito, mi sistemo davanti a loro e mi accorgo con soddisfazione che Aliena e Deborah fanno come me. Adesso ci manca solo il saluto come alla fine dell’incontro di judo che per fortuna ci viene risparmiato, il capellone ci dice nel suo comico inglese che sono stati molto felici di passare la notte con noi, poi si ferma e aspetta l’imbeccata dal pelato. Ascolta con attenzione il sussurro all’orecchio e ci dice ancora che la prossima volta che verranno in Italia chiederanno di nuovo di noi e che per stasera c’è pronto un ricordo che ci prega di accettare. Tace e china di nuovo il capo. Io mi auguro proprio di no: il pelato squadra Deborah come se la vedesse già incaprettata in un assurdo bondage assieme alla sua amante giapponese “più anziana” ed il capellone mi scocca un’occhiata tipo “con te non ho ancora finito”. Per il momento Aliena è ignorata, gli sculaccioni che ha preso forse sono stati abbastanza.
Forse dovrei fare anch’io un discorsetto,ma mi limito a ringraziare per l’onore, anche a nome delle mie amiche, ed a chinare il capo a mia volta, per fortuna imitata quasi in sincronia da Aliena e Deborah.
Ho un momento di panico, non ho idea di come lasciare questa stanza: in un film giapponese della cineteca di papà mi sembra di aver visto che una ragazza usciva indietreggiando in ginocchio, ma non mi sento in grado di riuscirci e credo che sarebbe fuori luogo, quindi mi alzo in piedi, faccio un solo passo indietro, poi mi giro ed esco senza voltarmi. Le mie amiche mi seguono dopo aver recuperato le salmerie: il tubo di crema malamente schiacciato, le scatole di preservativi semivuote e le confezioni di fazzolettini: non abbiamo raccolto i preservativi usati che costellano i tatami, mi viene da ridere pensando al signor De Rossi con un paio di guanti di gomma a tirar su altri guanti con le tracce biologiche dei suoi capi giapponesi.
Il corridoio è sembre buio e deserto e lo percorriamo in silenzio, poi apro la porta della stanzetta della servitù e strizzo gli occhi nella luce fioca che non ricordavo di aver lasciato accesa: sul letto c’è una enorme scatola elegantemente impacchettata, sarà il ricordo di cui ha parlato il capellone. Come hanno fatto ad avvertire il signor De Rossi? Magari lo fanno con tutte, è inutile che mi monti la testa; però adesso sono curiosa, ci chiudiamo la porta alle spalle e prima di una meritatissima doccia prendo il pacco e lo apro piano.
In una custodia di pelle nera con eleganti caratteri giapponesi c’è una cinquantina di grandi foto in bianco e nero di ragazze avvolte da complicatissime legature: anzi, le ragazze sono tre, tutte molto giovani, ed una in effetti assomiglia un po’ a Deborah.

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