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15 Lug

Russo04E rimango così, ammucchiata su me stessa nel piccolo spazio della lavanderia a gettone, mi fanno male il braccio, la testa, la fica. Nessuno entra, nessuno è entrato durante l’aggressione che a me è sembrata eterna ma che molto probabilmente non è durata più di cinque minuti. Apro gli occhi e riesco a muovere solo la testa, molto piano: vedo che il telefonino ed i soldi, il resto di cinquanta euro che mi ha dato la macchinetta che distribuisce i gettoni per le lavatrici, sono spariti, mentre nei pantaloni che ormai sono arrotolati attorno alle caviglie tintinnano ancora le chiavi.
Dovrei provare a rialzarmi ma come appoggio il peso sulle braccia mi scappa un grido: il dolore alla spalla si è fatto più forte. Mi pulsa terribilmente la fronte e mi brucia la fica, mentre resto a quattro zampe, in attesa che mi ritornino le forze o che arrivi un aiuto da parte di qualcuno.
Sento un grido di sorpresa ma non sono io: deve essere qualcuno che è entrato nella lavanderia e mi ha vista, ma non riesco neanche a voltarmi e così mi trovo gentilmente circondata da un turbinare di veli scuri, nelle orecchie un cinguettio di voci femminili che dicono cose incomprensibili.
Sono due donne avvolte nei loro abaya, una grande e grossa, l’altra piccolina e minuta. Proprio la piccolina mi tende una mano e mi tira in piedi senza sforzo apparente, l’altra mi chiede con qualche difficoltà come sto, si china e mi tira su i pantaloni; non li abbottona, ma insomma, almeno adesso sono coperta.
Accidenti, come sto lo vedi da te. Provo a scuotere la testa e non è una buona idea perché il pavimento comincia a girarmi sotto i piedi. La piccolina mi tiene saldamente, con una forza inaspettata, ed è a lei che dico che vorrei provare a mettermi a sedere, grazie.
Col suo aiuto attraverso il breve spazio fino alle poltroncine senza rovinare di nuovo per terra e mi piego con cautela: sento una fitta completamente nuova alle reni, poi un gran dolore fra le gambe; almeno non mi sembra più di essere in piedi su una barchetta in mezzo alla tempesta, è già un miglioramento.

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