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24 Lug

1369301942209_arash-radpour-untitledNon ho la minima idea di quanto tempo sia rimasta così, a piangere con lo sguardo perso nel vuoto: non piango per il dolore, ancora lì in agguato, sordo e pulsante, alla spalla e alla fica, e neanche per la vergogna di quello che ho dovuto subire, ma per la paura. La telefonata di Ivan, lungi dal rassicurarmi, mi ha letteralmente terrorizzata.
A scuotermi è finalmente il flebile squillo del telefonino di mamma, e dall’altra parte c’è Catia. La quale Catia, dopo due insignificanti chiacchiere, viene al dunque. Ieri ha dovuto fermarsi a metà serata perché sul più bello le sono cominciate le mestruazioni ed anche stasera sarà fuori combattimento, con grande incazzatura di Carla che perde il pezzo più pregiato della sua collezione.
“Ti assicuro che io sono quella che lavora di più, là dentro, e non ho certamente bisogno di cercare di fregare Carla”. Però Carla ha bisogno di un rimpiazzo per stasera e ha pensato a me; o meglio a me e ad Aliena, e ha anche pensato di far sondare il terreno a Catia. Io non ne ho proprio voglia, per tacere dei problemi fisici: inoltre Aliena non è più qui e preferisco non pensarci troppo. Però se ho imparato qualcosa da Irina è che non si deve mai rifiutare il lavoro: e poi ho sottomano una giovane allieva che ha bisogno di lavorare. Perciò dico a Catia di farmi chiamare da Carla tra un’ora, il tempo di organizzarmi. Catia mi assicura che Carla mi sarà eternamente riconoscente, con un calore tale da convincermi che l’idea di chiamarmi è stata sua e non della maitresse.
Per organizzarmi non devo far altro che telefonare a Deborah: uso il telefono di Aliena e la conversazione è molto breve, dal momento che la mia piccola pornocommessa ha ancora bisogno di soldi. Sono di nuovo sulla breccia e pronta a negoziare con Carla, che mi chiama puntualissima, nella voce più di una punta di preoccupazione.
Insomma, ci mettiamo facilmente d’accordo: faremo lo spettacolino sadomaso, stavolta ci saranno Mistress Mara e Slave Deborah, e proveremo di nuovo con la riffa. Stavolta però non ho voglia di correre rischi e chiedo un cachet secco di mille euro a testa: Carla ci pensa un po’ e dice che va bene, ci vediamo stasera alle dieci.
C’è solo un piccolo problema: sono senza auto, così come Deborah, ed i nostri scooterini non ce la possono fare a portarci a destinazione. Quindi ho dato appuntamento alla mia partner davanti al garage di Irina, dove intendo prendere in prestito la Ural, visto che Irina mi ha detto che posso continuare ad usarla. Per questo ho detto a Deborah di mettere jeans e felpa e di portare uno zainetto con una maglietta ed una minigonna: io sono vestita allo stesso modo, e nello zainetto ho il tailleur pantalone, le scarpe che ormai ho deciso di chiamare da puttana, collare, manette e scudiscio.
Deborah è puntualissima, anche se arriva a piedi, di corsa e con la lingua da fuori: il suo venerabile motorino ha cessato di vivere un chilometro più lontano. Non è un problema irrisolvibile, al limite potrò prestarle il mio e la aiuterò a pagare il meccanico, se sarà possibile ripararlo; ci penseremo domani, per adesso, visto che non si muove, possiamo anche lasciarlo lì dov’è, penso proprio che nessuno vorrà rubarlo.
Vado abbastanza piano, nella notte, e ho anche il modo di spiegare a Deborah cosa dovremo fare e, soprattutto, come farlo.
Lei si gode la corsa e dice che le va bene tutto, ha bisogno di soldi, e se magari può tornare lì qualche sera a fare un po’ di marchette non le dispiacerebbe proprio. Io preferirei di no, se vogliamo conservare un valore aggiunto per Carla dobbiamo evitare di diventare una abitudine, ma in fondo non ho particolare interesse a lavorare per lei e se Deborah pensa che così potrà risolvere i suoi problemi economici, ben venga. Però potrà lavorare solo il sabato sera, mi sembra che Carla tenga aperto anche giovedì e venerdì ma lei la mattina dopo deve andare al negozio.
E poi come ci arriva qui? Sgaso ad un semaforo, in fondo sono affari suoi. Poi dice anche che ha dormito ogni notte con una candela nel culo e che si sente pronta per obbedire ad una padrona, potrei per favore sottometterla, ma davvero, uno dei prossimi giorni?
Certo, è un impegno che ho preso con lei e con Aliena, però domani voglio stare con Tiziana: scalo una marcia per affrontare le ultime curve, poi imbocco quasi a passo d’uomo l’ultimo tratto, sterrato, fino al cancello davanti al quale vedo di guardia, illuminato dal mio faro, lo stesso tizio grande e grosso dell’altra volta. Io metto un piede a terra, in attesa, e Deborah mi stringe più forte: la capisco, neanche io mi ci sono ancora abituata e non credo mi ci abituerò.

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