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23 Set

catphotoTina e Lina sono di nuove nude e al lavoro: puliscono la cicoria che preparerò in padella, con aglio, olio e peperoncino; io le controllo dall’altro angolo della cucina e cerco di nascondere il nervosismo, anche se sono davvero stufa di questo ruolo, ho voglia di tornare a casa mia, ho voglia di fare una passeggiata con Tiziana, e ho anche voglia di fare sesso. Bene, non posso fare proprio niente di tutto questo, maledizione, quindi mi sfogo come posso smanettando sul telefonino e provando a farmi una cultura sulla Romania. Mi convinco alla fine che stanno decisamente peggio di noi, e mi fermo prima che mi aumenti l’angoscia. Non voglio sapere più del necessario di questa storia, e certamente non voglio che mi venga uno dei miei sgradevoli attacchi di compassione, che in genere mi spingono a comportamenti particolarmente stupidi.
Lina mi dice che hanno finito, ed io le rispondo di prendere una pentola e far bollire la cicoria: deve cuocere per cinque minuti, non di più, poi penserò io alla fase successiva. Lina obbedisce e Tina mi si avvicina: in qualche modo sembra essersi abituata a stare nuda tutta il giorno, così come la sua amica, e mi dico che mi devo inventare qualche altra umiliazione per tenerle ubbidienti e sottomesse, solo che per ora non mi viene in mente niente.
Tina mi sorride e mi dice che si vede benissimo che ho voglia di fare sesso, quindi stavolta non devo fare la schizzinosa; mi invita dunque a servirmi di lei come preferisco, intanto che Lina pulisce il lavandino e sta attenta alla cottura.
Ho voglia, e mi rendo conto che è una bella prova che posso imporre a Tina, quindi le faccio segno di avvicinarsi e di inginocchiarsi davanti a me; mi alzo in piedi, mi calo i jeans e le mutandine e le metto una mano sulla nuca.
Tina si irrigidisce, ha visto il cordoncino del tampax, ed io le dico di prenderlo con i denti e tirar fuori l’assorbente; obbedisce, ma poi cerca di tirarsi indietro.
“Mai visto un po’ di sangue?”, le chiedo. E aggiungo: “Datti da fare, non abbiamo tutto questo tempo”.
Faccio in tempo a leggerle negli occhi pura sofferenza, prima che affondi la testa fra le mie gambe.
Tina mi fa disciplinatamente venire: niente di travolgente, pura manutenzione del mio corpo, per carità, ma sa cosa fare per dare soddisfazione ad una donna; adesso è accovacciata in un angolo della cucina, la testa bassa, e mi accorgo che sta piangendo. Molto bene, e stasera toccherà a Lina, che per tutto il tempo ha fatto finta di niente.
Mi sono ricomposta, e dopo essermi avvicinata a lei le sferro un calcetto quasi affettuoso, intimandole nel contempo di rialzarsi in piedi.
Lina decide di intervenire, e mi spiega che lei e Tina si vergognano moltissimo delle mestruazioni: le considerano una dimostrazione dell’inferiorità delle donne e lì dove vivevano prima quando avevano il ciclo neanche uscivano di casa per paura che gli uomini sentissero l’odore del sangue.
Nel frattempo Tina si è rialzata e si sta sforzando di trattenere le lacrime e soffocare i singhiozzi; le dedico un mezzo sorriso e le dico che è stata piuttosto brava.
Le chiedo dove ha imparato a leccare così una donna e lei ricambia il sorriso: così sembra davvero una bambina.
Pare che in questo laggiù nelle campagne rumene siano molto avanti, a quello che dice: da quando aveva dieci anni faceva godere così la cugina prima, la maestra di scuola poi; complimenti.
Con una punta di malignità, aggiunge che Lina è anche più brava di lei e la sua amica sbianca e fa un passo indietro.
“Bene”, concludo, “vedrò stasera se è vero. E adesso è quasi ora di andare a tavola, parliamo di altro”.
In effetti, tre puttane a tavola non hanno che un argomento di conversazione. Lina e Tina si abbuffano di cicoria, piccante di peperoncino e odorosa di aglio, accompagnandola con ampie fette di pane, e a turno mi raccontano della loro educazione sentimentale.
Entel aveva ragione: dopo l’apprendistato lesbico, Tina è stata sverginata a dodici anni dal fratello, che l’ha poi passata al padre la sera stessa. Tina non esclude che il padre aspettasse addirittura fuori dalla stanza il proprio turno. I due maschi di casa si sono serviti di lei per un bel po’ di tempo, chiudendo un occhio sulle sue scappatelle con il figlio dei vicini, un ragazzo molto bello e virile, poi il fratello si è trasferito nella capitale ed il padre ha perso interesse al sesso, ed a quel punto ha cominciato a parlarle di emigrare per andare a vivere meglio; insomma, più o meno come Aliena, è stata in qualche modo venduta, solo che Tina non lo sapeva.
Lina ha almeno avuto il modo di scegliere l’uomo della sua prima volta, un compagno di scuola, e questo, quando il padre le è saltato addosso qualche mese dopo, le ha procurato non pochi guai: capirete, lui pensava che fosse vergine e invece si è trovato davanti, per così dire, un sentiero ben battuto.
Un po’ di cinghiate, una settimana a pane ed acqua, e paparino si è poi consolato con l’altra figlia, più bruttina ma tanto devota.
Con Tina erano amiche da tempo, e anche le famiglie, così quando hanno proposto anche a lei di partire ha detto subito di sì.
E perché vorrebbero mandare soldi a casa, visto e considerato quello che hanno subìto dalle famiglie? La risposta è univoca: ne hanno bisogno, e i loro parenti non hanno fatto niente di diverso da quello che da sempre accade; in fondo, a cosa serve una donna se non a questo?
Avrei molto da eccepire ma mi mordo la lingua, dal momento che la mia carriera è adesso fondata proprio su questa sconsolante verità. Abbiamo finito di mangiare e le metto a lavare i piatti.

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