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9 Ott

clip_image015[5]Andrea si è goduta la passeggiata in moto ed ha doverosamente ammirato casa mia, che è ormai lontana dallo splendore che mostrava quando ospitavo Aliena; io ho chiamato mio fratello e Tiziana, che hanno accettato l’invito con entusiasmo, e le ho proposto una passeggiata per fare la spesa, dal momento che la dispensa è priva di provviste a causa delle vacanze prima e dell’assenza forzata poi, nonché di aiutarmi a dare una pulita, ottenendo un duplice assenso.
Ho fame ma non ho molta voglia di cucinare, quindi opto per un piatto che si fa fondamentalmente da solo, una bella pasta e patate che servirò appena tiepida, dal momento che fa caldo, e dopo aver dato assieme una bella lavata ai pavimenti ed una discreta spolverata metto Andrea a pelare le patate ed io mi dedico al necessario battuto di lardo.
Ne approfittiamo per chiacchierare, e Andrea mi racconta che lei ha un passaporto comunitario, per la precisione portoghese, retaggio dell’impero coloniale finito ben prima che lei nascesse ma cui deve un padre, e per questo è arrivata fin qui senza problemi.
O meglio, senza troppi problemi perché gli uffici consolari sono uguali in tutti i paesi del mondo e funzionano solo se opportunamente oliati: non avendo il becco di un quattrino, o quasi, lei, sua madre e sua zia hanno dovuto letteralmente fare gli straordinari con i tre impiegati, per un mese intero; a quegli sporcaccioni l’idea di scoparsi contemporaneamente madre e figlia, oppure due sorelle, piaceva davvero troppo, e ha proprio rischiato di non ottenere quello per cui aveva tanto faticato tutta la famiglia.
“Capisci che a questo punto quello che mi è capitato a Lisbona e poi qui è stato come bere un bicchier d’acqua”.
Perché qui, e non in Francia, magari, dove sono più ricchi e girano più soldi, le chiedo, e lei mi risponde che lì c’era molta più concorrenza, ed agguerrita, ed una ragazza africana appena passabile (“Lo so che non sono una bellezza, devo dimagrire e non sono neanche bravissima a letto”, aggiunge) non poteva sperare di avere la minima occasione, il suo posto era il marciapiede.
“Mimmo è un povero stronzo, faceva lavorare me e la sua fidanzata e spendeva tutto in cocaina, ma non mi ha mai picchiata più del necessario, mi ha sempre dato abbastanza da mangiare ed ogni tanto mi faceva anche l’amore”, conclude.
Deve accorgersi della mia sorpresa e mi spiega: “Con lui mi piaceva tantissimo, mi ricordava il mio primo ragazzo, un giovanotto italiano che lavorava per una ONG e che si era davvero innamorato di me, mi aveva chiesto di sposarlo ma io avevo solo quindici anni e non potevo”.

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