567

25 Ott

683_500_csupload_19219712Con l’aiuto del suo whisky e delle mie sigarette Fran si scioglie visibilmente, mi spiega che la casa è solo sommariamente arredata perché si è appena trasferita, e che il mese prossimo lascia la clinica e passa ad un ospedale pubblico.
E insomma, io sono qui, a quanto capisco, nella mia veste di avvocato, perché lei ha una strana storia da raccontare.
Per sommi capi, è ovvio che un medico non possa e non debba raccontare in giro tutto quello che vede sul lavoro, ma in quella clinica, dove era entrata appena specializzata con l’aiuto del suo relatore, le avevano fatto firmare un impegno di riservatezza che le proibiva di raccontare anche solo che lavorava lì; adesso che se ne va, ne firma un altro ancora più cogente, che le vieta per sempre di dire che ha lavorato lì. In teoria, non dovrebbe neanche dire di aver firmato quel documento: un impegno di riservatezza a sua volta riservato, ma se io divento il suo avvocato, mi chiede, può parlarmene senza violare gli accordi?
Bella domanda, in effetti non sono proprio sicura della risposta ma sono curiosa, quindi dico di sì, certo, diciamo che da questo momento sono il suo avvocato, così non posso raccontare a nessuno le sue confidenze.
Allora, Fran mi dice che da quando lavora lì, e sono ormai un paio di anni, ogni settimana arrivavano un paio di ragazze nelle stesse condizioni di Irina, quasi tutte giovani, carine e straniere anche se con tutti i documenti in regola. Poi, dopo l’arrivo della signorina Bondarenko, improvvisamente non è arrivato più nessun paziente, anzi la dottoressa Proietti ha cominciato a prendere in mano le cartelle ed a dimettere a raffica tutte le ricoverate. Pare che la dottoressa Proietti faccia praticamente il direttore sanitario, ma formalmente direttore sanitario è un luminare che lei, Fran cioè, non ha mai avuto il bene di incontrare.
Il racconto diventa ancora più interessante: Fran aggiunge che qualche tempo fa, per la prima volta, nel suo reparto è arrivato un uomo, ridotto come Irina e le altre ragazze.
Solo la mia vecchia pratica di riunioni e tribunali mi consente di non trasalire e di restare zitta: tanto lo so che Fran continuerà, e sì, è stato dopo che la tua amica è stata dimessa, vediamo, era un sabato notte, quello della settimana seguente.
Bingo, è sicuramente a questo che si riferiva Ivan quando diceva che il mio aggressore non avrebbe più fatto male a nessuno.
Però no, non ha idea di chi fosse, visto che aveva già avvisato che stava per andarsene non le hanno lasciato prendere pazienti nuovi, può solo dire che era grande e grosso.
Questa clinica diventa sempre più interessante, ma ora Fran divaga, e passa a raccontarmi dei suoi sospetti sugli altri reparti: resta convinta che lì si facessero aborti in violazione di legge e, per una specie di contrappasso, fecondazione assistita ugualmente illegale, eterologa e su madri single, figuriamoci.
Io la lascio parlare, sperando che ritorni sull’argomento che più mi sta a cuore, ma sembra che di Irina e delle altre non abbia niente altro da dire; mi chiede invece se ha l’obbligo di denunciare queste cose.
Le rispondo che si metterebbe in un casino che non finisce più, e che se non ha da rispondere ad un particolare imperativo morale è meglio che faccia finta di niente.
E’ probabilmente quello che voleva sentirsi dire, perché mi sembra tiri un gran sospiro di sollievo e conclude che sì, ha guadagnato tanto, ma adesso vuole mettersi quel tipo di lavoro dietro le spalle perché l’atmosfera di quel posto era stranissima. Mi piacerebbe chiederle qualcosa di più sulle cure prestate ad Irina, ma mi cucio la bocca, convinta che anche una sola domanda spezzerebbe questa strana atmosfera di confidenza e complicità.
Fran mi offre ancora da bere, si riempie il bicchiere e continua a raccontare, di quella volta che arrivò una ragazza, poco più che adolescente, cui dovettero estrarre dalla bocca un cazzo di gomma ficcato sin quasi all’esofago; la stavano perdendo, per fortuna era arrivata con una sorta di artigianale tracheotomia già fatta e respirava attraverso la cannuccia di una penna.
“Sicuramente c’era un medico, con lei, che si è ben guardato dal presentarsi qui, l’avevano lasciata fuori dell’ingresso e si erano preannunciati con una telefonata, un po’ come Irina, ma sicuramente non aveva chiamato lei”.
Ci ripensa, beve ancora.
“Aveva brutti segni ai polsi ed alle caviglie, come se fosse stata legata a lungo, e poi due costole rotte, ecchimosi da tutte le parti, è ancora lì, la rivedo dopodomani, domani sono di riposo, pensa che la Proietti non ha avuto il coraggio di dimetterla con le altre”.
Anche perché, forse, non sapeva a chi consegnarla, mi viene da pensare. E in questa casa semivuota, in compagnia di un medico che beve come una spugna e accende una sigaretta dopo l’altra, comincio di nuovo ad avere paura: a Irina avevano sfondato il culo, questa ignota ragazza era stata quasi soffocata, deve essere stato per tutte e due una specie di contrappasso, ma ho difficoltà a credere che ci sia soltanto questo. Cosa possa esserci d’altro, però, non riesco ad immaginare.

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Una Risposta to “567”

  1. meo..... laura ottobre 25, 2013 a 5:28 pm #

    sempre bello leggerti……..sempre piu’ interessante

    marcello

    Risposta:
    Il meglio deve ancora venire

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