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22 Dic

manetteAllora, questa biblioteca è una stanza piuttosto grande con le pareti coperte da librerie moderne dal pavimento in legno al soffitto, una scrivania antica, una lampada Churchill ed una poltrona girevole di paglia di Vienna.
“Ci sono tre generazioni qui, i libri dei miei nonni, dei miei genitori, e infine i miei, da quando ho imparato a leggere fino ad oggi”.
In effetti io, che pure sono nata e cresciuta in una casa piena di libri, tanti e tutti insieme in un’abitazione privata non ne avevo mai visti.
“I miei genitori hanno dovuto dividere i libri dei nonni con le zie, una cosa stupida, erano due biblioteche bellissime: qualche volta con uno di questi vecchi libri ci passo una serata, lo leggo, ammiro la carta, la rilegatura”.
Ne prende uno, me lo porge: cuoio pesante, fregi d’oro, un incomprensibile titolo in tedesco.
“Mi è venuta voglia di fare un gioco con te”, dice sorridendo, “aspettami qui, per favore”.
Io poso il libro sulla scrivania: deve avere almeno duecento anni, ho paura di rovinarlo, e mi limito a guardarmi intorno, ce ne saranno un centinaio così, o forse anche più antichi.
Dall’altra parte della stanza gli scaffali raccolgono i libri più o meno contemporanei: riconosco testi universitari di diritto, romanzi usciti negli ultimi venti anni per la maggior parte in edizione economica, molti dei quali sono anche a casa mia, ed anche un “Giornalino di Gian Burrasca” che mi strappa un sorriso, sembra l’edizione che ho letto anch’io ed era quella di mio padre.
Non ho il tempo di continuare l’esplorazione perché Paola ritorna e sembra riempire la stanza.
Si è rivestita, o almeno ha indossato un paio di jeans nei quali ha infilato i lembi della camicia e mi fa dondolare un brillante paio di manette d’acciaio proprio davanti agli occhi.
“E’ un gioco che non ho mai proposto alle mie ragazze”, premette con un certo imbarazzo, e poi continua: “Cosa sai degli anni di piombo?”
Cosa c’entra? Comunque so poco, non ero ancora nata e papà è sempre stato molto reticente quando gli chiedevo qualcosa.
“Sai come ne siamo usciti?”, incalza ancora Paola.
Ecco, papà mi disse una volta che si era subito sparsa la voce, raccolta anche dalla stampa progressista ma non certo radicale, di interrogatori molto convincenti cui erano stati sottoposti i terroristi arrestati, e che lui si era sempre augurato che si trattasse di balle, spiegandomi che in caso contrario voleva dire che avevano vinto i terroristi, alla fine.
“Poi ho letto che papà aveva torto, che girava per le questure una squadretta di specialisti che picchiava e torturava, e non mi sembra di aver letto smentite”.
Non c’era niente da smentire, tutto vero, dice Paola.
“Appena entrata in Polizia mi presentarono uno di loro, piazzato dietro una scrivania a farsi dimenticare e ad aspettare la pensione”.
Lo aggregarono al suo ufficio e lui la prese in simpatia e una sera le raccontò nei minimi dettagli le sue tecniche di interrogatorio con le donne: manganelli infilati nella vagina e capezzoli strizzati con la pinza da elettricista era il minimo, con i loro compagni a sentirle urlare nella stanza accanto.
“La cosa orribile era che gli era piaciuto tantissimo; non era un lavoro sporco che qualcuno doveva pur fare, insomma, ma la realizzazione del sogno della sua vita”.
E così, dopo averci pensato sopra per tanti anni, ed averne per tanto tempo avuto voglia, adesso ha la possibilità di interrogare me.
Cerco di fare la spiritosa: “Dove hai lasciato il manganello?”, chiedo.
“Mai avuto”, risponde lei con un sorriso più aperto, “pensavo di usare un asciugamano bagnato”.
D’accordo, io mi sono impegnata a lasciarle fare tutto quello che le passa per la testa e adesso la mia parola mi si ritorce contro. Non potendomi tirare indietro cerco di limitare i danni e spiego a Paola le regole semplici e vitali di un gioco di dominazione, che tale è quello che faremo.
“Quindi, cosa fai se io dico bicicletta?”, concludo.
“Mi fermo immediatamente e ti libero”, risponde correttamente. “E adesso andiamo”, continua prendendomi gentilmente per un gomito.
Pensavo volesse farlo qui, che in qualche modo può assomigliare ad un ufficio, ma evidentemente ha già in testa tutto quanto, perché mi conduce in un’altra stanza da bagno, davvero enorme, mi chiede di togliermi le mutandine senza preoccuparmi delle mestruazioni e, quando ho eseguito, mi ammanetta.

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