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8 Gen

martin erich philippPiacere le è piaciuto, si è dimostrata entusiasta e partecipativa; mentre, sdraiata su di lei, la accarezzavo gentilmente con una gamba fra le sue ho sobbalzato quando mi ha infilato le unghie nei fianchi. Non ho potuto sottrarmi a questa muta invocazione e ho affondato dentro di lei due dita, l’ho sentita trattenere il respiro e poi urlare mentre si inarcava e quasi mi disarcionava. Poi ha preso l’iniziativa, mi è saltata addosso, mi ha schiacciato contro il materasso ed ha cominciato a sfregare la fica contro la mia; mi ha anche un po’ spaventata, con le labbra contorte in una smorfia, gli occhi fissi nei miei, sembrava pronta a prendermi a schiaffi. Poi ho capito che lo avrebbe anche fatto, ma solo se mi fossi fermata o avessi chiesto una tregua: per fortuna mi sono trovata così presa nel gioco da sentirmi in condizione di continuare anche per tutto il giorno.
E così è stata lei a dire basta, quando io avevo i muscoli di cartapesta e un gran nodo al basso ventre per le ultime sensazioni non sciolte da un orgasmo che proprio non riuscivo a raggiungere per la totale spossatezza.
Cosa posso dire di più? Per essere una che non aveva mai leccato una fica prima, si è dimostrata prontissima ad imparare: mi scappa detto quando ci trasciniamo finalmente in bagno.
Maria Carla deve averci pensato sopra mentre ci lavavamo in silenzio, e dopo aver sorseggiato il caffè se ne è uscita con la sua considerazione finale su tutta la faccenda: insomma, secondo lei il fratellone ed io siamo una specie di dono di dio al genere femminile, e le piacerebbe davvero fare sesso con noi due assieme, e quando io ho voglia di una donna non devo fare altro che chiamarla e lei arriva già senza mutandine.
Sul momento sono troppo stanca per capire se sta dicendo sul serio o se mi sta prendendo in giro, anche se ci ripenso mentre sono seduta, gomito a gomito con lei, fuori della porta della terapia intensiva, in attesa che ci diano il permesso di entrare e vedere come sta Cristina. Elena è andata via un’oretta fa, accompagnata da Saverio che ha fatto finta di niente e mi ha salutata con particolare trasporto: la porta a casa sua, oltre alle chiavi dello studio mi hanno lasciato anche quelle dell’appartamento di Elena, il mazzo mi pesa nella borsetta. Maledizione, sempre più difficile e complicato.
Finalmente lo stesso medico di ieri si affaccia, mi riconosce, mi dedica una lunga occhiata che include anche Maria Carla e ci autorizza ad entrare. Dobbiamo indossare camici, mascherine e soprascarpe sterili, molto probabilmente avrebbe voglia di chiederci di togliere i vestiti ma si trattiene.
Cristina è intubata, piena di tubicini e cavetti, e ci dobbiamo fidare delle parole del dottore, secondo il quale il decorso è nella norma e fra un paio di giorni potranno sciogliere la prognosi: me lo auguro. Ho un sobbalzo quando mi dice che probabilmente potrà vivere una vita quasi normale anche se avrà bisogno di una lunga convalescenza e di periodici controlli medici: Maria Carla prende appunti, io mi riservo di chiederle perché, adesso sono troppo preoccupata.

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