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31 Gen

JOS_CA~2Più che svegliarmi, riemergo da una specie di coma con nelle narici un buon profumo di caffè e di cornetti caldi: Tiziana è scesa al bar e adesso mi porta la colazione a letto, e non mi sembra particolarmente preoccupata per le mie condizioni; in effetti, sento ancora dolore dappertutto, ma è come un rumore di fondo cui ci si può abituare e si finisce con l’ignorarlo: riesco a mettermi seduta, il lenzuolo che mi ha coperto mi scivola in grembo e guardo con distacco i seni ancora piuttosto tumefatti e la chiazza rossa sulla pelle dove Tiziana ha concluso l’opera ieri notte.
Ho anche fame, mando giù un cornetto in due bocconi, quasi mi scotto col caffè bollente, punto un altro cornetto ma Tiziana mi ferma dicendo che per adesso basta così, devo prima provare ad alzarmi.
E ce la faccio, provo un’altra sgradevole sensazione: la cera che si sbriciola sotto il mio peso e mi trovo a camminare scalza e con le piante dei piedi che mi sembrano piagate, tanto che guardo in terra sicura di lasciare orme sanguinolente.
Non trovo traccia di sangue, ma ho gettato anche un’occhiata sul mio culo e sono rimasta sorpresa di non aver notato alcun segno delle botte: chiedete ad una allieva di punirvi e lei lo farà infliggendovi il massimo del dolore e dell’umiliazione ma il minimo dei danni fisici.
Tiziana non mi accompagna in bagno, non si offre di aiutarmi, e non dice niente di più del banale: fai con calma, niente sigaretta e quando hai finito ti preparo un altro caffè. Neanche una parola su quello che mi ha fatto e che mi sono lasciata fare: non ce n’è bisogno, abbiamo ridefinito i confini del nostro rapporto, lo sappiamo bene, da adesso è tutto chiaro, dovrò condividere tutto, raccontarle tutto e soprattutto esserle fedele. Sarebbe la prima volta in vita mia dopo tantissimo tempo, ma insomma ci si può almeno provare, che dite?
Quindi mi affaccio nel cucinotto pudicamente coperta per quanto possibile da uno dei piccoli asciugamani di Elena e sobbalzo quando Tiziana mi chiede, sia pure gentilmente, di toglierlo: non ho la minima voglia di fare sesso, anelo soltanto ad una seconda tazza di caffè, ad una sigaretta e ad altri dieci minuti di intimità in bagno.
Neanche Tiziana ha voglie mattutine, mi gira intorno, mi guarda con attenzione il culo, con gesto da chirurgo e non certo da amante mi infila due dita nella fica e conclude che sto benissimo, prima di versarmi il caffè e di porgermi la tazzina.
Ringrazio prima di bere, poi dopo aver bevuto: tra le dita Tiziana ha una sigaretta già accesa, me la porge e mi fa segno di andare in bagno.
Abbiamo, più che ridefinito, completamente cambiato i termini del nostro rapporto, e me ne accorgo non appena giungo a casa e mando un messaggio a Tiziana per salutarla: mi arriva una secca risposta che mi intima di aspettare che sia lei a cercarmi.
Da tempo non era più la mia allieva, e adesso mi trovo ad essere la sua. Ebbene sia, vediamo quanto è dura come Padrona, vediamo quanto riesco a sopportare, vediamo se il nostro amore resiste anche a questo.
C’è un nome per quello che dobbiamo diventare, Tiziana ed io: switch, che in gergo BDSM indica chi ricopre indifferentemente i ruoli di Master e di allievo.
Ma in realtà, almeno per me, non va bene: voglio dire, sono prontissima a prenderle da Tiziana come e quanto preferisce, ma posso assicurarvi che non mi è piaciuto affatto e non credo mi piacerà mai, per quanto possa amarla. Se Tiziana si è divertita nel sottomettermi non mi è dato da saperlo, e in realtà neanche saprei dire se e quanto abbia goduto quando l’ho servita con il cazzo finto tra i denti, bendata e stravolta com’ero dal dolore.
Comunque intendo fare del mio meglio: ricordo Master Marco che mi ha detto come le allieve migliori fossero quelle che credevano di essere dominatrici, io la sapevo in un altro modo, ovvero che chi non sa obbedire non sa comandare.
Su questa considerazione per prima cosa esploro accuratamente il mio corpo dolorante e verifico che i miei seni assomigliano a due melanzane, tutti blu e neri; il mio culo ha sopportato meglio la punizione inflittagli da Tiziana, ma insomma mi rendo conto che per un bel po’ di tempo non potrò certamente spogliarmi in pubblico; unica soddisfazione, lì dove Tiziana mi ha bruciata con la sigaretta mi fa ancora male ma non è rimasto nessun segno. Meglio così, ricordo la scena finale di Histoire d’O, quando lei brucia con la sigaretta il dorso della mano di Sir Stephen per lasciargli il suo piccolo marchio, modesto contrappasso di tutto quello che ha subito lei.
A questo punto, decido che sarò pure diventata una sottomessa, ma questo non mi impedisce di prendere una iniziativa: serve un nuovo accessorio, per la soddisfazione di Tiziana, e sarà il mio regalo per lei.
Solo che non ho voglia di andare fino in centro, e allora prima verifico se il sexy shop tra San Paolo e Garbatella è ancora aperto e poi controllo sul sito la disponibilità: sì, c’è, il cazzo di plastica a due punte nato per essere utilizzato con la bocca, accoppiato ad una gag, una spessa fascia di pelle e gomma da legare attorno alla nuca di una allieva; una telefonata e mi assicuro che il negozio ne ha uno in magazzino (anzi due, mi dice una gentile voce maschile, “ne abbiamo uno nero ed uno color carne, quale preferisce, se vuole lo tengo da parte”) e mi preparo ad uscire.
D’accordo, Tiziana potrà fare di me tutto quello che vorrà, ma almeno un piccolo controllo sulla situazione voglio pur conservarlo.

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