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21 Feb

erich_von_gotha_6_20110815_1461809465Sono rimasta con gli occhi chiusi, immersa a metà nell’acqua che si stava raffreddando, per un tempo che mi è sembrato lunghissimo; il dolore delle scudisciate era quasi passato, adesso mi faceva solo male, e tanto, lì dove aveva infierito il cliente, ma era un dolore col quale potevo venire a patti pensando ad altro, e chiedendomi per esempio cosa mi avrebbe detto Tiziana una volta rimaste sole.
Così avevo la guardia un po’ troppo bassa quando dalla porta è entrato Lele, e non Diva.
Lele è allegrissimo, ma con un sorriso che non gli arriva agli occhi, che mi fissano gelidamente.
“Diva ti ha tolto il giogo, non doveva farlo”, è la prima cosa che dice.
“Neanche le scudisciate ti tolgono quella scintilla dallo sguardo”, aggiunge poi, “sei un tipo raro di puttana”.
Probabilmente è un complimento, ma chissà di quale scintilla parla, io mi sento completamente e pienamente domata.
“Il dottore si è divertito tantissimo, andando via mi ha detto che la prossima settimana ti vuole di nuovo, come oggi, ed è disposto a pagare la stessa cifra”.
Chissà quanto gli sono costata, a quel porco, poi mi chiedo se ho capito bene: come oggi, quindi mi vuole di nuovo frustata, piegata, dolorante. Scuoto la testa per fare segno di no e faccio male perché il bagno improvvisamente si mette a girare tutto attorno a me.
“Cambierai idea quando incasserai la tua parte, stasera. E credo che per te sia comunque la cosa migliore: sai, per sabato prossimo avevo pensato ad un grosso cane”.
No, non è possibile che abbia detto proprio così.
“Esci di lì, sbrigati, c’è ancora da lavorare lì fuori”.
Lo seguo faticosamente fuori dalla vasca e poi dalla stanza da bagno e nella camera da bambina trovo Diva con un’espressione terrorizzata sul viso: evidentemente ha sentito le parole di Lele e sa già cosa deve aspettarsi, ma adesso nel tritacarne ci sono ancora io; Lele mi ordina di inginocchiarmi e mi mette di nuovo il giogo, spiegandomi che c’è un altro cliente che ha pareggiato l’offerta del dottore, come continua a chiamarlo, e che mi vuole alle stesse condizioni.
“Ma prima dovrai occuparti di me, e ho aspettato anche troppo”, e si sbottona i pantaloni per tirare fuori l’uccello che già conosco.
Diva si precipita e gli infila il preservativo.
“Apri la bocca, non mi sembra di pretendere tanto”.
E mentre gli faccio un faticoso pompino, tiene la sua lezioncina.
“Noi qui facciamo un servizio pubblico; prendi il dottore, per esempio. Attenta, non voglio sentire i denti. Il dottore sono anni che sogna di scoparsi la figlia, e invece adesso viene qui, si sfoga con Diva, e siamo tutti contenti. Pensi che potrebbe frustare, legare e violentare la moglie come ha fatto con te? Mai! Così va meglio, muovi un po’ la testa. Rischierebbe di saltare addosso ad una brava ragazza per strada, e passare un mare di guai. Invece oggi si è sfogato, magari alla prima occasione fa addirittura un bel regalo alla signora, e abbiamo salvato una famiglia. Più piano”.
Dalle labbra mi cola saliva sul seno, mi fanno male le spalle, le scudisciate bruciano di nuovo, e devo anche stare a sentire queste fesserie: magnifico. E non sono neanche finite.
“Io sono sposato, faccio lo stesso: pensi che potrei frustare e inculare quella santa donna di mia moglie, farmi fare un pompino dalle labbra che baciano mio figlio? Ma non ci penso neanche. Adesso più veloce, ci siamo quasi”.
Mi fa male tutto il corpo, adesso, e non riesco a togliermi dalla testa quell’altro cliente che mi vuole “alle stesse condizioni”: al confronto un pompino è una cosa da niente.
“Fermati”, dice Lele secco. Diva accorre, gli sfila il preservativo e comincia a masturbarlo, ad un palmo dal mio naso: faccio appena in tempo a chiudere gli occhi e lui viene schizzandomi in faccia; per tutto ringraziamento, un manrovescio quasi mi getta in terra.
“Apri gli occhi”, mi intima Lele, che mi studia, sorride di nuovo gelidamente e se ne va lasciandomi con Diva.

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