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22 Mar

bachus-and-ariane.jpg!xlMediumQuesto professore, chiunque sia, è contentissimo di togliermi molto lentamente il vestito con gli spacchi, dopo averci liberamente infilato dentro una manona enorme e bollente e controllato che sì, ho messo anche le mutandine.
Le quali mutandine invece mi sfila in fretta dopo avermi fatta sdraiare sul letto, a rischio di strapparle: tanto che gli dico che se vuole può farlo, strapparle via intendo, basta che me le ripaga.
Lui fa cenno di no con la testa, mi chiede di aprire e piegare le gambe e mi infila dentro due dita.
“Piano amore, non farmi male”, provo a dirgli, e invece dovrei stare zitta, perché le dita diventano quattro e cominciano a scavare la fica come una zappa, mi aprono, mi dilatano, mi graffia anche con le unghie; chiudo gli occhi e penso ad altro, se questo si diverte così posso anche sopportarlo, ma per fortuna si ferma e mi dice di non muovermi. Riapro gli occhi e lo vedo in piedi, non si spoglia, si slaccia soltanto i pantaloni e tira fuori un uccello di ragguardevoli dimensioni; lo tiene in mano, si avvicina e comincia a strofinarsi su di me, sulle cosce, sulla pancia, sui seni: mi fa un po’ schifo, la punta e già umida.
“Amore aspetta, il preservativo”.
Si ferma di botto, sbuffa e fa un passo indietro, brontola qualcosa come “va bene, ma fai piano, e sbrigati”; devo fare piano o devo sbrigarmi? Capisco che significa che non vuole aspettare ma devo tenerlo in mano il meno possibile, alla fine sembra soddisfatto.
“Vuoi che te lo succhi un po’, amore”.
Altro che succhiarlo, semisdraiata come sono mi mette una mano sulla nuca e me lo infila tutto in bocca, comincia a muovermi la testa avanti e indietro e lo sento più che crescere indurirsi sulla mia lingua.
Bene, al netto di una certa brutalità posso sopportarlo, gonfio le guance, abbasso la lingua il più possibile, la bocca spalancata.
“Apri di più, non voglio sentire i denti”, ma è una parola, più di così non posso.
Si ferma, lo tira fuori e me lo sbatte sulle labbra: “Adesso le palle”.
Certo che se dicesse per favore sarebbe meglio, ma almeno non mi tiene più per la collottola, tiro fuori la lingua e comincio a leccare: con molta attenzione, non voglio che mi si infilino i suoi peli tra i denti; tra l’altro lui è sempre in piedi accanto al letto, non è che si vuole mettere più comodo?
“Basta così, mettiti giù”.
E finalmente mi sale sopra, me lo mette dentro, spinge e si ferma quando arriva in fondo.
“Amore, non ti vuoi togliere i pantaloni?”, accidenti a me che non riesco a stare zitta.
No, non vuole: è una fantasia di stupro, allora? Pare di no, si sistema meglio e mi prende in qualche modo una gamba: ho capito, vuole che gliele intrecci attorno alla schiena; a un centimetro da me, lo vedo sorridere abbastanza soddisfatto, ma ancora non si muove, che altro vuole?
“Apri la bocca”, ed in un lampo ci infila dentro le mie mutandine appallottolate: per fortuna sono molto ridotte, le ho comprate perché sotto i vestiti aderenti non si vedono, ma ugualmente mi sembra di soffocare, improvvisamente non ho più saliva.
E adesso comincia a spingere, ma non è ancora contento: “Le braccia”, mi fa con voce un po’ strozzata.
Maledizione, cosa devo fare?
“Sbrigati, abbracciami”.
E non appena obbedisco spinge più forte e viene.

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