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29 Mar

images (2)Terzo, siamo invitate da Master Schmerz, ricordate? Si presentano da me Tiziana e Gianna e ci cambiamo assieme: con Gianna ci mettiamo quasi in uniforme, io aggiungo il giubbotto di pelle e scopro che anche lei ha avuto la stessa idea, poi ammiro Madame che con lo smoking del nonno è meravigliosa; unica licenza, non ha voluto una camicia nera e ha messo una maglietta sotto la giacca a doppio petto che si usava negli anni ’50.
Siamo arrivate con qualche difficoltà a destinazione, che poi è un capannone industriale da qualche parte nella sterminata periferia di Roma sul quale campeggia ora l’insegna non di una discoteca ma di una pizzeria: l’insegna è spenta, il parcheggio davanti all’ingresso è pieno.
Un gentile buttafuori ci spiega che questa è una serata privata e non ci lascia entrare finché non riceve un misterioso via libera tramite l’auricolare che esibisce più fieramente di un membro del Secret Service; Tiziana ci fa strada a colpo sicuro tra i tavoli, tutti occupati ma vuoti da cibo e bevande, fino alle porte della cucina, le spinge senza neanche chiedere permesso e poi cade letteralmente nelle braccia di una bella bionda che ha addosso solo un ridottissimo paio di mutandine.
La quale bionda non solo non urla: “Fuori di qui”, ma la abbraccia e la bacia: insomma, la partner di Master Schmerz è una sua vecchia amica con la quale si erano perse di vista.
Presentazioni: si chiama Gaia, ha l’età di Tiziana ma dimostra gli anni di Gianna, è l’allieva di Master Schmerz e non è una professionista, lavora in banca ed ha due figli che alleva da sola dopo essersi separata dal marito.
“Sergio è di là che si concentra, mi ha parlato molto di te e sarà lieto di vederti”, mi dice dopo avermi stretto cameratescamente la mano.
Ed ecco Sergio, ovvero Master Schmerz, già pronto e vestito, compresa la mascherina che molto educatamente si toglie per salutarci: mi accorgo che è molto attratto da Gianna e che la ragazza ne è affascinata, anche se sembra un po’ spaventata.
Col permesso di Master Schmerz restiamo dietro le porte della cucina ed assistiamo allo spettacolo: Gaia viene appesa per i polsi dove, immagino, di solito c’è un lampadario, è incappucciata e non le è risparmiata neanche la barre d’écartèment che la costringe a tenere le gambe divaricate.
Io controllo il tempo sul telefonino, e mi rendo conto che l’esibizione è iniziata ormai da una ventina di minuti: di qui non riesco a capire cosa provi Gaia, i suoi lamenti e gemiti non solo sono soffocati dal cappuccio, che è lo stesso che ho indossato anch’io, ma anche dal brusio del pubblico, che commenta ogni colpo.
Mi fa impressione assistere, non riesco a non provare la massima empatia ricordando la mia fustigazione, con l’improvviso dolore che cancellò tutte le altre sensazioni; mi auguro che vada tutto bene e mi faccio forza per non chiudere gli occhi o voltarmi dall’altra parte. Gianna mi stringe la mano senza farsi notare, Tiziana osserva con attenzione i movimenti del master: aveva detto che era qui per imparare.
E sono io la prima ad accorgermi che Gaia fa il safesign: non mi trattengo e come mi rendo conto che il master non l’ha ancora visto urlo: “Fermati” a pieni polmoni. Mi ha sentito?
Sì, mi ha sentito.
Doveva essere l’ultimo colpo, probabilmente: Master Schmerz dimostra riflessi invidiabili, non ho idea di come faccia ma la scudisciata non arriva a segno sulla fica esposta di Gaia, lo scudiscio si arrotola come un serpente attorno alla barra di separazione senza sfiorare la donna, il contraccolpo la fa emettere un grido ancora più forte mentre sento materialmente il pubblico che trattiene il respiro.
Il master guarda verso la cucina, mi sembra mi fissi negli occhi sotto la mascherina da boia, poi mi fa un gesto inequivocabile che significa “vieni qui, aiutami”, prima di raggiungere il cavo che tiene la sua allieva sospesa al soffitto.
Neanche i miei riflessi sono poi così male: mi libero della stretta di Gianna, parto di corsa e arrivo in tempo per sostenere Gaia che, calata lentamente dal suo master, sta raggiungendo il pavimento e non riesce a restare in piedi da sola.
Parte l’applauso ed io mi metto a piangere mentre reggo Gaia cercando di toccarla il meno possibile.

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