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26 Apr

tumblr_l30r29q7vW1qztk1wo1_500Quando alla fine abbiamo fatto i conti ho scoperto che in tutto sono stati ventuno, anche grazie all’idea geniale di Franz che mi ha spostata in una camera al primo piano dalla quale non sono più uscita per le successive cinque ore; così sono riuscita a tenere un teutonico ritmo di quindici minuti ciascuno, con la sola eccezione del primo, dal momento che ho perso un po’ di tempo aspettando l’ascensore, e dell’ultimo.
L’ultimo cliente della serata, ha rischiato di essere l’ultimo della mia carriera e della mia vita, e si trattava di Bruno, l’aristocratico amico di Franz.
Stavolta niente completo elegante, ma maglione, pantaloni comodi e scarponcini, niente baciamano e soprattutto niente immobilità: appena entrato in camera mi è saltato addosso passandomi alle spalle e mi sono trovata dolorosamente immobilizzata, buttata a faccia in giù sul letto e, in un lampo, con le braccia bloccate dietro la schiena, legate all’altezza del gomito con una cintura di cuoio; insomma, una tipica azione di commando.

 


Non mi sono preoccupata fino al momento successivo, ormai troppo tardi, quando mi ha tirato indietro la testa e mi sono sentita sul collo la lama gelata ed affilata di un coltello. Bruno, con mano fermissima, mi ha appena intaccato la pelle, tanto per farmi capire che faceva sul serio; come ha fatto sul serio subito dopo, si è sdraiato su di me e mi ha sodomizzata in un colpo solo, senza darmi il tempo di prepararmi.
Per il dolore ho dato un sobbalzo ed il coltello mi ha tagliato, per fortuna non in profondità; Bruno, senza smettere di sfondarmi il culo, ha spostato la lama sporca di sangue ad un niente dal mio occhio destro: non ha avuto bisogno di dire una parola, e nemmeno io, ho capito che dovevo rimanere ferma, qualsiasi cosa potesse ancora farmi.
E ci sono rimasta, fino a quando ho sentito, oltre quello al culo, un dolore diverso: Bruno aveva preso a pungermi la schiena con la punta del coltello, e a quel punto ho urlato, più per la paura che per il dolore; non avrei dovuto farlo, ma è facile dirlo, dopo.
Bruno è affondato ancora di più dentro di me, sia col cazzo che col coltello, e per un istante mi è calato un velo grigio sugli occhi: grigio perché continuavo a vedere la parete a capo del letto, lo specchio che rifletteva il mio corpo e quello del mio torturatore, ma i colori erano spariti, e mi sembrava di seguire un film in bianco e nero.
Poi nello specchio è apparsa una terza figura, dai tratti indistinti, che si è chinata su di noi e si è poi drizzata di scatto, strappandomi Bruno di dosso: ho sentito ancora più dolore ma mi è tornata la più completa lucidità mentale, e invece di cercare di alzarmi sono rimasta lì dov’ero, a godermi la meravigliosa sensazione di non essere più schiacciata sul materasso e minacciata di morte. Non per molto: mentre Bruno veniva portato fuori tra grugniti ed incomprensibili frasi in tedesco è arrivato anche Franz che mi ha dato un’occhiata e ordinato di alzarmi e andare in bagno; certo, gli stavo sporcando di sangue il letto.

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