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12 Mag

good_puppy_by_beloved_rival-d2xf8kaAndrea si è rapidamente calata nella parte e la cena è filata liscia: ho anche mangiato qualcosa dalle sue mani, così come il pelato da quelle dell’occhialuto, e l’ho ringraziata leccandole affettuosamente le dita, cosa che il mio emulo ha dimenticato di fare e per questo ha rimediato un paio di frustate.
Mi sembra anche poco in forma, il pelato, per ricoprire questo ruolo; i nostri padroni ci portano al guinzaglio su per una scala neanche troppo ripida e lui arriva in cima con il fiato corto e la lingua di fuori, vorrebbe fermarsi ma l’occhialuto non è dello stesso avviso e lo fa avanzare a suon di frustate e di insulti; io seguo disciplinatamente Andrea ma ho lo sguardo fisso su di lui e mi rendo conto che tra una frustata e l’altra, più il suo culo diventa rosso, più gli si gonfia il cazzo.
“Ha bisogno di un incentivo”, dichiara l’occhialuto, “prima di cominciare facciamolo accoppiare, per favore”.

 


Ovviamente con me: siamo su una specie di ballatoio, davanti ad una porta chiusa, e fa anche piuttosto freddo; non ho idea di cosa ci sia dietro quella porta ma non mi aspetto niente di buono; mi accorgo anche che Andrea e l’occhialuto sono costretti a stare leggermente chini, siamo proprio sotto il tetto e questo deve essere uno spazio ricavato nella vecchia soffitta. Insomma, mi viene il dubbio di aver sbagliato a tornare qui, e mi ritorna in un lampo in mente Tiziana che, indignata più che mai, dall’alto della sua esperienza mi suggeriva di non avere più nulla a che fare con questi due.
Andrea continua a comportarsi benissimo e risponde che secondo lei dovrebbe essere un premio e non un incentivo, l’accoppiamento, e che può benissimo liberare il suo indisciplinato cagnetto dall’ingombro dell’erezione con un paio di frustate ben assestate; l’occhialuto sembra farsi piccolo piccolo davanti a questa padrona così grande, nera e sicura di sé e dice che sì, ha ragione: il pelato si merita un calcio nel culo che mi sembra fin troppo forte, poi l’occhialuto spalanca la porta e ci fa strada all’interno della stanza.
Che poi non è una stanza, è un bel pezzo di sottotetto, abbastanza confortevole come altezza specie per chi deve stare a quattro zampe, e perfettamente attrezzato. Questi due non si fanno mancare niente e devono essere ancora più ricchi di quello che sembra: hanno le stanze delle torture nelle cantine, e qui c’è una specie di percorso ad ostacoli che sembra quello dell’addestramento dei cani poliziotti; c’è una fila di coni di plastica arancione, tipo quelli che si usano sulle strade, un paio di repliche in piccolo degli ostacoli di un concorso equestre, una piccola vasca appena rialzata rispetto al pavimento, ma, più di tutto, mi preoccupa una specie di finestra di metallo poco più larga delle mie spalle, piantata in mezzo ad un mucchietto di sabbia.
Il pelato si è ripreso e saltella quasi allegramente, tira il guinzaglio e si avvicina agli stivali di Andrea, ci si struscia contro con i fianchi, poi ci appoggia la faccia.
“Per favore, richiamalo”, dice lei all’occhialuto, “lo vedi che innervosisce la mia”. Io ho fatto un paio di passi indietro, per quello che mi consente il guinzaglio, e mi sono quasi sdraiata pancia a terra: non è il pelato ad innervosirmi, ma un odore che aleggia in questo locale e che sulle prime non distinguo, finché non mi rendo conto che è quello della benzina; no, non precisamente benzina, ma il liquido infiammabile che usava papà per il suo vecchio Zippo.

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