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18 Mag

imagesCAYOMQ0MSe a Mirella non ho parlato di Simonetta non è stato solo perché non ho cambiato opinione, e cioè che lei può allegramente fregarsene delle mie amiche grazie alle sue, di amicizie: in realtà con Simonetta ci ho parlato e sono stata invitata a cena da lei. Cena e non solo, dal momento che sono stata caldamente invitata a vestirmi da donna e questo significa, visto che Tiziana non ha fatto in tempo a comprarmi tutti quegli abiti che più si addicevano al mio status di schiavetta, tirare di nuovo fuori dall’armadio il tailleur grigio che ne ha viste tante, dall’università allo studio legale e poi alle mie prime marchette; decido di indossarlo senza camicetta, e di mettere anche calze e reggicalze.
Controindicazione: conciata così non posso certamente prendere la moto, mentre mi tornerebbe utile il mio vecchio motorino che ormai da tempo prende polvere nel garage di Irina e che probabilmente non partirebbe neanche a fargli l’elettroshock con la batteria di una Ferrari.

 

Devo affidarmi al trasporto pubblico e dopo una specie di colluttazione con il calcolatore di percorsi dell’ATAC scopro che con metro e autobus posso anche farcela in un tempo decente.
Ovviamente è un pio desiderio: prima la metro che non passa, poi l’autobus che arriva, dopo un tempo abbastanza assurdo, pieno da scoppiare; per fortuna mi sono corazzata con il loden di mio padre che prima mi ha difesa da una pioggerella gelata del tutto fuor di luogo a Roma e poi mi ha protetta dai soliti palpeggiatori che sembrano aumentare di numero e coraggio oggi giorno che passa.
Incastrata in un angolo inganno il tempo, nel traffico dei lungoteveri che blocca l’autobus, navigando su internet: nessuna notizia da Irina (sì, continuo a chiamarla così in mancanza di meglio), ma trovo al mio vecchio indirizzo professionale una e-mail di Maria Carla, che mi convoca in termini un po’ criptici “dove siamo state l’ultima volta” per bere qualcosa e fare due chiacchiere.
Mi chiedo perché non mi ha mandato un più semplice messaggino sul telefono e mi dico che lo scoprirò anche troppo presto, ma ho tempo da perdere e replico invece che le voglio tutte da me per l’aperitivo, e ricevo in risposta un asciutto “va bene”.
Nel frattempo sono alla mia fermata e allungo il passo senza badare ai sampietrini che attentano alle mie caviglie: detesto arrivare in ritardo e d’altronde non ho ancora conosciuto una maitresse (o un pappone, non ci sono distinzioni di genere in questo) che non abbia sempre una fretta dannata.
Infatti Simonetta mi aspetta impaziente nell’atrio del suo centro estetico, mi fa entrare e dedica uno sguardo schifato al mio loden; per fortuna quando lo tolgo noto un cenno di assenso.
“Sei proprio carina”, dice, “ma dovresti davvero fare qualcosa per quelle tettine; mi sa che ti presento ad uno dei miei più affezionati clienti, è un chirurgo plastico bravissimo, almeno una quarta non ti starebbe male”.
Stasera Simonetta è spettacolare: ha rinunciato al suo tubino per un abito da cocktail che la copre morbidamente ma il meno possibile e si è inerpicata su in paio di décolleté dai tacchi sottilissimi che le slanciano ancora di più le gambe; mi fa strada verso l’ascensore privato, il che mi permette di apprezzare la profonda scollatura sulla schiena che rivela che ha fatto a meno di reggiseno e mutandine e mi spiega cosa devo aspettarmi.
Dunque, per pochi e scelti privilegiati, e magari in nome dei vecchi tempi, Simonetta fa ancora qualche marchetta; stasera sarà qui uno di loro, un signore molto ma molto importante, più vicino ai sessanta che ai cinquanta, che vuol fare un regalo di compleanno molto particolare al figlio che diventa maggiorenne: in puro stile anni Quaranta avrebbe voluto combinare una vera e propria visita al casìno, completa di sfilata delle ragazze, ma lei non si è fidata.
“Troppa gente, troppi rischi che qualcuna si facesse scappare qualcosa: di te so che posso fidarmi, mi hanno anche parlato molto bene di te quei signori dove sei andata con la tua amica”.
Allora, ecco che i mulini del mestiere hanno ripreso a macinare: ed io che pensavo di aver chiuso con lei, proprio quella notte.
Insomma, saremo in due, e dovranno farsi bastare l’offerta. Piuttosto, è credibile che, al giorno d’oggi, un ragazzo di diciotto anni sia ancora vergine?
“Questo probabilmente sì: il padre lo ha tenuto, a cominciare da quando aveva cinque o sei anni, nei migliori collegi svizzeri, esclusivamente maschili. Al massimo”, e qui Simonetta perde la freddezza professionale, “potrebbe essere martire”.
Quindi, il programma della serata è presto fatto: cena a buffet, nessuno deve vedere gli ospiti, poi spettacolino lesbo, e infine dobbiamo far divertire il ragazzo: io incasso mille euro, e direi che non posso lamentarmi anche perché il padre, dopo lo spettacolo, se la filerà all’inglese, non volendo mettere in imbarazzo il figlio.
“Ma se gli piaci, magari ti cerca per una serata con lui”.
Simonetta è bravissima a far penzolare la carota appena davanti al tuo naso: le promesse non costano niente e lei le usa come moneta corrente.
Mi lascia nella stanza da pranzo ad ammirare una bellissima aragosta che sembra intera ma è già stata sporzionata e si precipita fuori dopo un’occhiata all’orologio: a quanto pare i nostri ospiti stanno arrivando, ma da cosa l’abbia capito non lo so.

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