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3 Giu

utter-andre-01E’ arrivato il momento: Cristina esce dalla clinica ed abbiamo organizzato un bel comitato di accoglienza.
Tanto per cominciare, Maria Carla, Paola ed io la andiamo a prendere con una macchinona dall’aria vagamente ufficiale ed una valigia piena di vestiti, biancheria e simili; mi si stringe un po’ il cuore quando si toglie una pesante camicia da notte che le arriva fino ai piedi, probabilmente fornita dalla struttura, e la vedo nuda e dimagrita, un po’ ingobbita e quasi barcollante sulle gambe.
Si riveste con gesti incerti: nonostante l’ampia scelta, si infagotta in un enorme maglione più adatto a Capo Nord che a Roma in questo tardo autunno, mette un paio di collant molto scuri ed una gonna che le sta lunga e soprattutto larga.
La vecchia Cristina fa capolino per un attimo quando infila un paio di decolté rosse, ma non riesce a restare in piedi dopo due passi e rinuncia in favore di pratici mocassini dal tacco molto più basso e largo.
Con mano leggera, Maria Carla la ha aiutata anche a truccarsi, ed ha colto l’occasione per coprire i segni degli interventi chirurgici sulle guance e sugli zigomi; nulla ha potuto fare per le cicatrici che si intersecano sulla pancia fino alle reni, fra qualche tempo verranno riassorbite, come ci hanno spiegato pazienti luminari, ma adesso ci sono e basta, e spiegano il cupo silenzio in cui la ragazza rimane, come lo sguardo rivolto a terra e la testa bassa, non le è rimasto più nulla della precedente sfrontata sicurezza.

 

Apre la bocca solo quando ci siamo lasciate la clinica alle spalle, per farsi accendere una sigaretta e chiedere dove andrà a vivere; non dovrebbe fumare, hanno detto, ma non possiamo certo negargliela, e mentre Paola guida come se si trovasse su una pantera della polizia le spiego che, per il momento, verrà a stare da me.
Vorrei aggiungere: “Di te mi occuperò io”, ma non è il caso, mi sembra una frase che porta sfortuna.
Un lampo negli occhi viola, un grazie appena sussurrato; sta sicuramente chiedendosi che cosa si deve aspettare ancora, ma non dice niente e non aggiunge altro, anche la parlantina è sparita. Solo, mi prende una mano e la tiene stretta per tutto il viaggio.
Viaggio che è molto breve perché Paola affonda sempre di più il piede sull’acceleratore, sembra convinta di essere in ritardo e mi chiedo rispetto a cosa.
Lo scopro quando arriviamo rombando e sgommando: siamo attesi da un altro gruppetto di facce conosciute, e cioè Elena, Saverio, Manuela e mio fratello. Insomma, festa a sorpresa, ma non sono sicura che sia una buona idea: forse Cristina ha più voglia di starsene da una parte a pensare a come ricostruire la sua stessa vita.

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