793

8 Giu

afo1Chi meglio di Paola per guardarmi le spalle? E infatti si è presentata puntualissima, infagottata in un lungo cappotto nero ed a bordo di una piccola macchina bianca che sembrava contenerla a stento, seguita da Maria Carla cui ho affidato Cristina ed una mazzetta di banconote per un pomeriggio di shopping selvaggio, un ottimo modo di tenerla fuori da possibili guai.
Entriamo nel bar che con un clima più clemente offre ai clienti una splendida vista su Roma ma che in giornate come queste altro non è che un balcone sul nulla, e mi sento qualche decina di occhi addosso: in realtà non guardano me, i maschi presenti e anche qualche donna, ma Paola, e con qualche ragione, dal momento che la mia poliziotta preferita ha aperto il cappotto sotto il quale indossa un ridottissimo top rosso, una minigonna cortissima ed aderente e stivali che salgono ben oltre le ginocchia.
Paola non dà segno di accorgersene e continua a raccontarmi di come fila il perfetto amore con Sara: ha cominciato quando siamo partite e ancora non ha smesso, e adesso è a metà della loro ultima scopata, quando si è lasciata ammanettare al letto e la sua partner la ha lungamente sodomizzata.
“Prima con due dita, poi con la bottiglia di vino, ho cominciato a venire e non mi sono più fermata ed ho rimpianto di non avere comprato qualche giocattolo da farmi schiaffare dentro, da tutte le parti”.

 


Questo perché lei voleva non solo sesso, ma tenerezza e condivisione, complimenti; è un commento che tengo per me, e mi dirigo in fondo, dove Deborah ci aspetta, vestita molto modestamente e con gli occhi fissi sul tavolino al quale è seduta.
Immediatamente mi sale una certa ansia: Deborah ha l’aspetto e l’atteggiamento della capra legata ad un albero nella caccia alla tigre, e se per la capra le prospettive sono orribili, neanche per la tigre sono migliori.
Paola continua a parlare, mi prende la mano e mi dà una stretta cameratesca: spero significhi che tutto è sotto controllo, e mi sforzo di non guardarmi attorno troppo apertamente; con la coda dell’occhio mi sembra di vedere Ciro appoggiato al bancone, ma non ne sono certa.
Mi piace sempre meno: Ciro lo conosco, ma visto che Carla è andata via qualcosa mi dice che Lele ha licenziato i buttafuori e li ha sostituiti con persone sue, che non ho avuto modo di incontrare; insomma, potremmo essere circondate.
Senza cambiare espressione Paola mi dice: “Non ti preoccupare, dille quello che devi e poi lascia fare a me”.
Bene, cioè male. Non è che debba fare un discorso particolarmente complicato, Paola sa già cosa voglio dire a Deborah, ma io non ho la minima idea di come cominciare, quindi prendo tempo presentandole Paola, ordinando una tazza di tè e facendo qualche generico commento sul clima e su da quanto non ci vediamo, siamo proprio ragazze molto impegnate; Deborah continua a non guardarmi in faccia, e risponde a monosillabi.
Insomma, nonostante la rassicurante compagnia di Paola la mia preoccupazione aumenta di minuto in minuto, finché non mi dico che prima comincio prima finisco e mi butto.
L’idea è offrire a Deborah soldi e sicurezza in cambio di tutte le informazioni necessarie per incastrare Lele ed i suoi tirapiedi, e poi andare avanti lungo i gradini della gerarchia criminale, ma non possiamo certamente trattare di questo qui, in mezzo alla gente e con gli occhi di uno di loro piantati addosso, quindi il primo passo dovrebbe essere quello di portare la ragazza fuori dal bordello e lavorarsela con calma; si parte con l’invito a lavorare con me nello studio di Tiziana, dunque, e non è una cosa campata in aria, dal momento che, sia pure con dignitosa calma, i clienti che ho avvisato appena tornata a Roma si stanno facendo vivi ed io non ho davvero più voglia di farmi maltrattare.
Deborah bofonchia qualcosa che con molta buona volontà può essere interpretato come un “no, grazie”, e rifiuta anche un invito a pranzo per domani, dice che ha da fare, ha già un impegno.
Poi si scioglie, almeno un po’, e mi chiede se davvero non ho voglia di fare uno spettacolo con lei, il prossimo fine settimana: Lele, dice, ha rimesso a posto la stanza delle torture, che adesso è riservata ad un pubblico selezionatissimo ed attrezzata come deve essere un vero e proprio donjon.
“Mi piacerebbe mettermi nelle tue mani, come ai vecchi tempi, e ci sarebbe da guadagnare tanto da potersi permettere una bella vacanza, dopo”.
No, grazie; stavolta lo dico io.
La chiacchierata finisce qui: il tè non si è neanche raffreddato.

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Una Risposta to “793”

  1. eldindondero giugno 9, 2014 a 2:46 pm #

    molto sensuale

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