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13 Giu

victorianLa prima cosa che mi viene in mente è accovacciarmi accanto a Paola per abbracciarla: è davvero sudata ed ha anche il fiatone, con tutto il suo allenamento questo sforzo è stato troppo anche per lei.
Non alza la testa, non dice niente, perfettamente nella parte. E sia, entro nella parte anch’io, le sbottono la giacca che ora è arrotolata quasi attorno al collo, la tolgo, la appallottolo e comincio a strofinarle la schiena.
“Brava, brava”, le dico intanto, “respira con calma”.
Ha la pelle calda ed umida, il profumo un po’ acre, e finalmente comincio ad eccitarmi; la passo l’improvvisata striglia tra le gambe e la sento sobbalzare: è fradicia, e non di sudore.
“Tranquilla, stai tranquilla”.

 


Ho visto abbastanza film western nella mia spensierata infanzia per sapere cosa fare; metto una mano gentile sul collo di Paola, che ancora non ha il coraggio di guardarmi, e le parlo all’orecchio.
“Facciamo una passeggiata, piano, poi ti do da bere”.
Mezzo giro della stanza: non ho tolto la mano e sento che i suoi muscoli non sono più contratti, mi accorgo anche che non ha più il fiato corto; altro mezzo giro, ci fermiamo e le accarezzo i capelli, e finalmente lei alza la testa e mi guarda, poi strofina la guancia ancora arrossata contro il mio braccio.
E’ un gesto di grande fiducia e disponibilità, quasi di sottomissione; la premio dandole da bere, come promesso, un buon bicchiere di vino.
“Bevi piano, ce n’è ancora”, le dico mentre lo svuota con un lungo sorso, sempre a quattro zampe ma finalmente con la testa fieramente alta.
Dobbiamo proprio andare da Sara e Cristina? Io non sono gelosa, ma non posso neanche immaginare la reazione di Paola davanti alla sua ragazza intrecciata con un’altra nel suo stesso letto; per adesso forse è meglio se restiamo qui, allora.
E Paola capisce la mia indecisione e prende l’iniziativa: gira lentamente su se stessa e mi offre il culo. Ebbene sia, la farò venire, qui ed ora, con due dita.
Lei forse si aspetta una sculacciata, oppure di sentire sulla schiena la sottile cintura di cuoio con la quale tengo su la gonna, e quando le entro dentro sobbalza di nuovo; faccio piano, nella sua fica umida e dilatata.
Arrivo fino in fondo, poi esco e vado alla ricerca del clitoride; molto piano ci passo le unghie sopra e sono premiata: comincia a gemere, allarga di più le ginocchia e quasi si prosterna faccia a terra.
Così non va bene.
“Su la testa, altrimenti smetto”, e tolgo la mano.
Si raddrizza a fatica, adesso è in posizione quasi perfetta, si regge su gomiti e ginocchia, il corpo parallelo al pavimento, ma tiene ancora la testa bassa, forse per guardare cosa le faccio.
“Su la testa, da brava”, dico accompagnando l’ordine con una carezza fra le natiche, e lei finalmente obbedisce.
La premio, e mi basta pochissimo: ancora due dita nella fica, e non faccio in tempo ad affondare di nuovo e stavolta è proprio un grido, forte e liberatorio; non ho idea di come sia riuscita a restare in posizione, ma ce l’ha fatta.

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