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24 Giu

Eduardo Malta Portugues 1900-1967Abbiamo meritato almeno un quarto d’ora di pausa; il cliente è sparito senza dire niente ed è ricomparso pochi istanti dopo con addosso una specie di tunica che gli arriva fino ai piedi, sempre con il suo assurdo turbante, e ci ha porto delle tunichette semitrasparenti, molto raffinate, per carità, ricche di pizzi e palesemente fatte a mano, tipo il corredo della nonna, che non coprono molto: per fortuna la temperatura è proprio quella ideale.
Siamo comunque ancora in pieno scenario rinascimentale: da chissà dove è sbucato un vassoio con tre pesanti coppe lavorate a sbalzo ed incrostate di pietre multicolori, colme di un vino così dolce da quasi stomacarmi.
“Bevete, madonne, è vino di Cipro, del migliore. E ditemi, vi è piaciuta la monta? Sono sicuro che mai avete trovato uno stallone così.”

 


Ovviamente lo assecondiamo e gli diciamo quanto è stato forte, potente e robusto, e quanto piacere sa dare una donna.
“Anche voi, madonne, mi avete dato molto piacere e voglio darvi un premio: vi farò gustare questo vino come mai l’avete bevuto”.
Un fuori programma.
Insomma, lui infila l’uccello nella coppa e noi lo succhiamo a turno, gocciolante com’è di vino; alla fine i calici sono vuoti, il cliente è di nuovo duro ed io sono addirittura un po’ sbronza, questa roba deve essere metà alcol e metà zucchero, una mistura pericolosa.
“Ed ora, madonne, preparate i deretani, sono di nuovo pronto per voi”.
Siamo tornate a seguire il canovaccio originale e molto civilmente ci viene lasciato il tempo per lubrificarci a dovere, uno spettacolo che sembra piacergli molto, come sembra piacergli la posizione che assumiamo, fianco a fianco, piegate in due, in ginocchio sul divano, appena appoggiate alla spalliera, a divaricarci le natiche con le mani.
Quello spaventoso intruglio che ho dovuto bere risponde al posto mio: “Avanti messere, mostraci cosa sai fare”, ed ho quel che mi merito, un cazzo che fruga sgarbatamente fra le mie natiche ed affonda con una certa brutalità, togliendomi il fiato.
Andrea in qualche modo si accorge della mia difficoltà ed interviene: “Lo voglio anche io, messere, se hai coraggio”, la sento dire con il suo inimitabile accento, ed il cliente non se lo fa dire due volte, lo sento uscire e poi sento un sospiro, è entrato nel culo di Andrea con la stessa furia che ha usato per infilarsi nel mio.
“Più piano, messere, sei troppo forte, vogliamo godercela anche noi”, è l’unica cosa che mi viene in mente da dire a questo punto, e sembra anche che gli sia piaciuta: dici ad un uomo che ha un cazzo enorme ed instancabile e sarà tuo per la vita, ricordatelo.
E così l’inculata procede con minor furia, io riesco a sopportare ed ho di nuovo modo di chiedermi come mai agli uomini piaccia tanto; mi viene addirittura in mente, mentre oscillo a tempo con le spinte, che ho incontrato una sola donna che mi ha confessato di godere soltanto col culo: dieci anni fa lei aveva l’età che ho io adesso e mi sembrava quello che avrei voluto diventare io, già professore di seconda fascia, che mi aveva spiegato, dopo avermi scopata in uno sgabuzzino, di avere la fica troppo larga e di non sentire niente quando la prendevano lì, e neanche chi la scopava si divertiva perché a sua volta, a meno di non essere un superdotato, non aveva nessuna sensazione. E invece il buco del culo era della dimensione perfetta, concludeva, toccalo, infilami dentro due dita e vedrai il mio famoso orgasmo anale.
La memoria mi fa spesso questi strani scherzi, e intanto il cliente continua a godersi i nostri culi passando dal mio a quello di Andrea senza un ritmo preciso; alla fine è nel culo di Andrea che viene, lo sento addirittura urlare dal piacere, sono soddisfazioni.

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