811

26 Giu

gross_fallen-angel-nach-jack-vettrianoCambiato l’ambiente, cambiato tutto.
Il cliente ha indossato un camice da dottore, noi delle camicie da notte da ospedale, di quelle aperte dietro, e ci siamo trasferiti in una specie di lavanderia all’interrato, piastrelle al pavimento ed alle pareti, due materassi per terra ed un lavandino d’acciaio.
Ovviamente niente finestre, luci bianche e molto forti, e accanto ai materassi i trespoli di metallo da cui già pendono i bottiglioni di vetro con le cannule di plastica.
“Solo acqua tiepida, non dovrete preoccuparvi, non vi farà niente”, cerca di rassicurarci; non so Andrea, ma io ci sono già passata e non mi piace per niente. Anche perché il locale è cieco, non ho idea se qui vicino ci sia un bagno.

I materassi sono macchiati: non so come interpretare la cosa. Non è la prima volta che fa un gioco del genere, è chiaro, potrebbe essere rassicurante, ma se pretende che ci cachiamo addosso la cosa non sarà certamente divertente.

Guardo Andrea che sembra tranquilla mentre si stende a pancia sotto; la imito e cerco di rilassarmi. Niente da fare, il rubinetto non è lubrificato e mi fa male quando il cliente me lo inserisce con una certa violenza nel buco del culo, ed il liquido non è tiepido, è freddo e mi dà i crampi mentre mi cola dentro.

 


“Un po’ di pazienza, un litro e mezzo è presto assorbito”, sento il cliente che parla in tono salottiero, “e nel frattempo potremo fare finalmente due chiacchiere, c’è un amico che vorrebbe vedervi, che ne dite se lo faccio entrare?”, conclude, e mi accorgo che sta sorridendo.
Come sarebbe? Non è previsto che arrivi un altro cliente, soprattutto in un momento come questo. Ma non faccio in tempo a protestare, sento una voce ben nota, un accento che conosco bene.
“Finalmente ci vediamo”.
E’ Lele, e non posso dire che non me lo aspettavo.
La prima reazione è cercare di rialzarmi, ma è quella sbagliata: un piede piazzato con forza proprio sulle reni mi tiene giù, piatta sul materasso.
“Guai a te se ti muovi, resta come sei: è un culo che conosco bene”.
Subito dopo sento un tonfo e Andrea che grida, poi la voce del cliente, un po’ affannata ma con un tono molto soddisfatto: “Anche tu devi restare ferma, troia negra”.
Cerco di ragionare, mentre Lele aumenta la pressione sulle mie reni e cominciano ad arrivare i primi crampi; qui fuori ci deve essere, da qualche parte, Lilli, o forse Lorenzo, meglio ancora tutti e due, il problema è solo avvertirli, ed è un grosso problema.
Sento un altro tonfo e Andrea, accanto a me, comincia a piangere: deve aver preso un altro calcio.
“Zitta e ferma, troia negra”, e questo è il cliente, e Lele interviene in tono conciliante.
“Ma no, sono brave ragazze, capiscono quando devono obbedire. Non è vero, puttana?”, si rivolge a me ma il suo piede sulle reni mi toglie il fiato.
“Ti ho fatto una domanda, puttana”.
La pressione si allenta infinitesimamente, trovo il fiato per rispondere: “Sì, stiamo ferme, ma non farci male”.
Lele riprende con aria salottiera: “Della tua amica mi interessa poco, ma tu non dovevi permetterti di sparire a quel modo, gli accordi si rispettano, la parola è sacra. Ma certo, tu mi risponderai che sei solo una puttana, ma non è una scusa, ci deve essere correttezza sul lavoro, anche per quelle come te. E poi tu sei una puttana molto strana. Non solo i clienti mi chiedono sempre di te, ti ricordi il dottore che deve avere qualche conticino in sospeso, ma anch’io ho sempre voglia del tuo culo, chissà cosa mi hai fatto”.
Un crampo più forte al ventre mi fa sobbalzare.
“Avevi promesso di restare ferma, sei una bugiarda per natura. Ma mi occuperò io di te. Quando avremo finito qui, ti trasferirai al bordello e ci resterai a lungo, finché non ti vorranno neanche i cani: mi devi un risarcimento. Ma tu sarai felice di starci, sarai obbediente e disciplinata, perché resterai viva un altro po’, ed avrai provato cosa significa metterti contro di me”.
Andrea grida di nuovo, forte, e comincia a singhiozzare; Lele si rivolge al cliente:
“Aspetta. Ti ho promesso che potrai farle tutto quello che vuoi, non ne frega niente di lei, ma adesso ancora mi serve”.
“Era solo un calcio”, si scusa il cliente, “mi avevano detto che i negri non sentono il dolore come noi”.
Magnifico, siamo nelle mani di un camorrista incazzato e di un razzista privo di freni inibitori: io voglio vivere, ma non alle condizioni di Lele, e proprio non so cosa inventarmi, non ho la minima idea perché di nuovo sento che mi sta prendendo il terrore del dolore fisico, la paura della sofferenza e della morte.
“Tu hai parecchi debiti con me, tanto per cominciare ho dovuto mandare via Diva per colpa tua, e sì che mi era abbastanza simpatica per essere una puttana”. Una risatina. “Mi sa proprio che Diva ti maledice ogni giorno, se è ancora in grado di farlo, nel bordello di Nairobi dove l’ho spedita; magari potrei mandare anche te laggiù, così vi potrete incontrare di nuovo, in fondo a te piacciono i negri, mi pare”.
“Di sicuro le piacciono le negre, l’ho visto stasera”, interloquisce il cliente.
Lele cambia argomento: “Quanto dura ancora questa cosa?”, chiede in tono un po’ più brusco.
“L’ho messo il più lento possibile, ci vorrà ancora una decina di minuti”.

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Una Risposta to “811”

  1. Harrison Fiat giugno 27, 2014 a 4:50 pm #

    Dio mio…

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