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28 Giu

imagesIo mi aspettavo che costringessero Andrea a cacarmi addosso, ma il cliente la ha afferrata ancora più saldamente per i capelli, la ha tirata di peso in piedi e trascinata fuori della stanza.
Lele sembra leggermi nel pensiero: non lo vedo, ho gli occhi appannati dalle lacrime per il dolore e la paura, ma lo sento sorridere.
“Ho voglia di scoparti e la puzza di merda non mi piace; ma vedrai che rimpiangerai una semplice doccia di merda”.
Appoggia il piede sulla mia pancia e comincia a premere.
“Sei quasi pronta, non vedo l’ora di assaggiare di nuovo il tuo culo”.
Strozzo in gola un lamento.
Fa un passo indietro e mi ordina di alzarmi: lo faccio molto lentamente per tenere sotto controllo, per quanto possibile, lo sfintere e non scaricarmi qui e subito.

 


Lele non commette errori, si tiene a distanza di sicurezza e mi indica la strada, anche se è chiaro che non sono assolutamente in grado di fare altro che camminare molto lentamente stando quasi piegata in due: ma certo, potrebbe essere una finta.
In pochi passi usciamo dalla stanza e mi indica una porta semiaperta. E’ un gabinetto, con un cesso alla turca, un lavandino ed una griglia di scarico sul pavimento. Anche qui luce bianca e forte, il ronzio di un aspiratore che combatte inutilmente contro un puzzo spaventoso: deve esserci appena passata Andrea, il pavimento è bagnato e freddo sotto i piedi.
“Accomodati, non fare complimenti”, dice Lele restando sempre un passo più lontano di quanto io potrei allungarmi per afferrarlo. Figuriamoci, non ci penso proprio: non mi curo di lui, che si appoggia allo stipite della porta, mi accovaccio e mi lascio andare, devo liberarmi di quello che mi hanno messo dentro, e brucia anche mentre esce, non era solo acqua, maledizione, chissà cosa ci ha aggiunto quel bastardo del cliente.
Non mi controllo, mentre mi scarico mi lamento e piango lacrimoni che mi sento gocciolare lungo le guance e sul seno, non solo per il dolore, e da molto lontano, attraverso una nebbia fatta di paura che aumenta, dolore che diminuisce, umiliazione che mi travolge, sento la voce di Lele: “Bastava pensarci. Ti ho fatto di tutto, poi arriva un dilettante e trova per caso il tuo punto debole”.
Capisco cosa vuol dire: se voleva rendermi cera nelle sue mani adesso ci è riuscito; non penso più all’angelo custode che aspetta pazientemente qui fuori e che potrebbe anche strapparmi dalle sue mani, il problema è l’hic et nunc, quello che Lele ha promesso di farmi, e sono disposta a qualsiasi cosa per non provare ancora dolore.
“In piedi adesso, hai cacato abbastanza. Resta lì e girati faccia al muro”.
Con gran fatica obbedisco, adesso mi gira la testa, mi sento debolissima ed al muro mi appoggio in qualche modo con le mani: sembra pulito, e anche se non lo è non ha importanza. Mi concentro e lo metto a fuoco: piccole mattonelle bianche, stucco che fuoriesce dalle fughe, sembra un lavoro fatto in fretta.
“Ferma così, allarga di più le gambe”.
Eseguo: così espongo di più il culo che sento lurido, mi sembra che qualcosa mi stia colando lungo le cosce. Non ha bisogno di legarmi, sono completamente in sua balìa e non mi sento in grado di reagire. Anche se vuole scoparmi qui, nella mia stessa merda, non potrò che sopportare.
Io mi aspettavo che costringessero Andrea a cacarmi addosso, ma il cliente la ha afferrata ancora più saldamente per i capelli, la ha tirata di peso in piedi e trascinata fuori della stanza.
Lele sembra leggermi nel pensiero: non lo vedo, ho gli occhi appannati dalle lacrime per il dolore e la paura, ma lo sento sorridere.
“Ho voglia di scoparti e la puzza di merda non mi piace; ma vedrai che rimpiangerai una semplice doccia di merda”.
Appoggia il piede sulla mia pancia e comincia a premere.
“Sei quasi pronta, non vedo l’ora di assaggiare di nuovo il tuo culo”.
Strozzo in gola un lamento.
Fa un passo indietro e mi ordina di alzarmi: lo faccio molto lentamente per tenere sotto controllo, per quanto possibile, lo sfintere e non scaricarmi qui e subito.

 


Lele non commette errori, si tiene a distanza di sicurezza e mi indica la strada, anche se è chiaro che non sono assolutamente in grado di fare altro che camminare molto lentamente stando quasi piegata in due: ma certo, potrebbe essere una finta.
In pochi passi usciamo dalla stanza e mi indica una porta semiaperta. E’ un gabinetto, con un cesso alla turca, un lavandino ed una griglia di scarico sul pavimento. Anche qui luce bianca e forte, il ronzio di un aspiratore che combatte inutilmente contro un puzzo spaventoso: deve esserci appena passata Andrea, il pavimento è bagnato e freddo sotto i piedi.
“Accomodati, non fare complimenti”, dice Lele restando sempre un passo più lontano di quanto io potrei allungarmi per afferrarlo. Figuriamoci, non ci penso proprio: non mi curo di lui, che si appoggia allo stipite della porta, mi accovaccio e mi lascio andare, devo liberarmi di quello che mi hanno messo dentro, e brucia anche mentre esce, non era solo acqua, maledizione, chissà cosa ci ha aggiunto quel bastardo del cliente.
Non mi controllo, mentre mi scarico mi lamento e piango lacrimoni che mi sento gocciolare lungo le guance e sul seno, non solo per il dolore, e da molto lontano, attraverso una nebbia fatta di paura che aumenta, dolore che diminuisce, umiliazione che mi travolge, sento la voce di Lele: “Bastava pensarci. Ti ho fatto di tutto, poi arriva un dilettante e trova per caso il tuo punto debole”.
Capisco cosa vuol dire: se voleva rendermi cera nelle sue mani adesso ci è riuscito; non penso più all’angelo custode che aspetta pazientemente qui fuori e che potrebbe anche strapparmi dalle sue mani, il problema è l’hic et nunc, quello che Lele ha promesso di farmi, e sono disposta a qualsiasi cosa per non provare ancora dolore.
“In piedi adesso, hai cacato abbastanza. Resta lì e girati faccia al muro”.
Con gran fatica obbedisco, adesso mi gira la testa, mi sento debolissima ed al muro mi appoggio in qualche modo con le mani: sembra pulito, e anche se non lo è non ha importanza. Mi concentro e lo metto a fuoco: piccole mattonelle bianche, stucco che fuoriesce dalle fughe, sembra un lavoro fatto in fretta.
“Ferma così, allarga di più le gambe”.
Eseguo: così espongo di più il culo che sento lurido, mi sembra che qualcosa mi stia colando lungo le cosce. Non ha bisogno di legarmi, sono completamente in sua balìa e non mi sento in grado di reagire. Anche se vuole scoparmi qui, nella mia stessa merda, non potrò che sopportare.

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