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30 Giu

images (1)Misericordiosamente, ho perso conoscenza quando mi ha infilato il pungolo tra le cosce, quindi quando mi riprendo non ho idea di quanto tempo sia passato e di cosa mi abbia fatto. Mi sento sempre debolissima, appiccicaticcia tra le gambe e zuppa di sudore, e vedo ancora Lele in piedi accanto a me con aria particolarmente soddisfatta.
“Ho anche qualcosa di più serio, me lo ha regalato un vecchio amico che aveva lavorato in Argentina e Cile tanti anni fa, ma direi che questo ti è bastato”, mi fa, “e devo dire che anche da svenuta sei una gran bella scopata”.
Devo aver cambiato espressione.
“Non ti preoccupare, non ho messo il guanto ma ti sono venuto sulla pancia: certo che su di te non fa tanto effetto, vedessi la tua amica che belle macchie bianche ha addosso. E adesso mi piacerebbe controllare una cosa”.

 


Quello che vuole controllare è la carica del pungolo, mi dà la scossa sotto la pianta dei piedi e mi strappa un piccolo grido strozzato.
“Direi che ce n’è ancora abbastanza per tenerti sotto controllo”.
Senza volerlo, l’ho ingannato, ho reagito per la paura ma il pungolo, anche se ha emesso il suo bravo crepitio, mi ha appena fatto il solletico. Buono a sapersi, ma sono troppo debole per approfittarne, almeno per ora: e poi Lele è alto cinque centimetri più di me e peserà dieci chili di più, non posso certamente pensare di sopraffarlo a mani nude. E’ comunque un piccolo vantaggio, magari troverò il modo di sfruttarlo, io so che mi sta minacciando con una pistola scarica, per così dire, e lui no.
“Ferma e buona”, mi intima mettendomi sotto il naso la sua inutile arma, con un gesto molto rapido sopra la mia testa apre le manette e si ritrae di qualche passo.
“Il divertimento è finito, ma stasera ricominciamo: non lavorerai, ti terrò per me ancora per un po’: ho una stanzetta proprio adatta, su al bordello”.
Fa una brevissima pausa, come per meglio assaporare il gusto delle sevizie che sta pensando di infliggermi, poi riprende: “Adesso puoi alzarti, piano”.
Non ha bisogno di dirlo, sono ancora debole, ho le gambe molli ed i muscoli di carta velina, e mi accorgo improvvisamente di avere tanta sete, mi passo inutilmente la lingua sulle labbra secche. Lele, che mi fissa sempre con attenzione, se ne accorge e mi risponde che non posso bere, sono ancora carica di elettricità, mi farebbe male. E’ una battuta di Garage Olimpo, un film sulle torture degli oppositori in Argentina durante il regime di Jorge Videla, ma non credo che un pungolo elettrico abbia gli stessi effetti degli strumenti di tortura collegati ad una batteria da camion o, peggio ancora, alla rete elettrica di un appartamento.
Nonostante la mia debolezza Lele si tiene a distanza, mi fa passare avanti e si fa precedere giù per le scale fino al salottino in cui abbiamo cominciato la serata. Non ci sono tracce di Andrea e del cliente, e la cosa mi preoccupa; ho comunque approfittato della pausa, che ho allungato muovendomi il più lentamente possibile, per recuperare fiato: dopo la paura, il dolore e l’umiliazione sono finalmente lucida, anche se non completamente in forma.
“Mi piacerebbe portarti in giro così, ma non mi sembra il caso di attirare l’attenzione. Vestiti, e sbrigati”.
In un mucchietto, in un angolo, ci sono il vestito lungo ed attillato che mi ha prestato Sara, le autoreggenti e le chanel dal piccolo tacco, ma le mutandine sono sparite, cosi come i vestiti di Andrea. Mi chino per raccogliere l’abito e mi accorgo che Lele, finalmente, ha commesso un errore: si è spostato di lato per guardarmi ancora il culo e non mi taglia più la strada verso l’uscita.
Io ci provo.

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