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1 Lug

Die-Brucke-01Mi chino per raccogliere il vestito e con lo stesso movimento mi rialzo e lo tiro addosso a Lele; e poi scatto, china in avanti, dopo due passi allungo la falcata, infilo la porta dopo aver scavalcato in scioltezza il tavolinetto basso ingombro di bicchieri e bottiglie, divoro il corridoio mentre sento Lele bestemmiare orribilmente ma non i suoi passi dietro di me.
Corro e mi viene in mente che è stata una stronzata, non ho nemmeno idea se la porta del villino sia aperta: se fosse chiusa a chiave mi troverei con le spalle al muro ad affrontare un camorrista incazzato, e insomma potrebbe non essere stata una buona idea.
Rallento sugli ultimi passi e sono all’uscita: non ho neanche il fiatone e adesso sì che Lele si è ripreso e mi sta inseguendo, è il momento della verità e miracolosamente la maniglia si abbassa, la porta si apre e schizzo fuori. Mi aspettavo di trovare freddo e buio; nuda come sono sento freddo ma mi trovo immersa in una luce lattiginosa, abbiamo fatto mattina, con mia sorpresa.
Mi lancio lungo il viale di accesso, supero la macchina di Paola ed alzo gli occhi: saranno centocinquanta metri circa fino al cancello, la ghiaia mi dà fastidio sotto i piedi nudi ma non mi ucciderà. Altri due passi e guardo meglio: il cancello è aperto, proprio all’ingresso c’è una macchinona enorme, squadrata e bruttissima, messa di traverso, con tutti gli sportelli aperti. Di lì non si passa, mi dico in un lampo, poi vedo Luciano appoggiato al tetto dell’auto nella posizione da perquisizione personale tipica dei film americani, un uomo curvo su di lui che lo fruga, una donna a distanza di sicurezza con una pistola in mano.

 


Accelero ancora, perché sento alle mie spalle i passi di Lele che non bestemmia più per risparmiare il fiato ma non mi sembra guadagni terreno, e mi trovo di nuovo una pistola puntata in faccia, di nuovo Lilli che mi minaccia, maledizione, è proprio vero che la vita è circolare.
No, non sta puntando la pistola su di me, mi grida di buttarmi a terra ed alza leggermente la canna. Bene, la ghiaia non sarà l’ideale per rotolarcisi sopra senza vestiti, ma è meglio di una pallottola, quindi mi butto facendo un salto di lato, obiettivo il prato impeccabilmente curato, mentre Lilli urla qualcosa come fermo o sparo, ovviamente rivolta a Lele.
Il mio tuffo non è fortunato: cado rovinosamente tra i sassolini che mi sembrano terribilmente appuntiti e sbatto anche la testa su qualcosa di più ovattato ma resistente, e resto lì; sono coperta di sangue, come la prima volta che ho incontrato Lilli, ma oggi, faccio in tempo a pensare confusamente, è sicuramente mio.
Non sono svenuta, ma è come se vedessi tutto lo svolgersi della vicenda in terza persona e, incredibilmente, non sento neanche dolore.
Vedo Lilli che ammanetta Lele steso faccia a terra, un ragazzo alto e biondo che fa lo stesso con Luciano, Andrea malamente coperta dal suo vestito pieno di strappi che scende dal macchinone barcollando, con i polsi legati dietro la schiena e le caviglie impastoiate, una gazzella dei carabinieri che arriva silenziosamente seguita dalla BMW nera del fratellone e dalla quale scendono, oltre a lui, anche Maria Carla, Paola e Mirella, e infine, preannunciata da una assordante sirena, un’ambulanza.
Qualcuno mi getta addosso una coperta di quelle che sembrano di carta argentata e finalmente chiudo gli occhi e mi lascio andare.

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