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8 Lug

2205-104840001Alla fine ho ricevuto un messaggio quasi in codice da Paola, che ci autorizzava a rientrare: anzi, ci avevano già fatto i biglietti e ci aspettavano all’aeroporto, per fortuna con una berlinona dall’aspetto ufficiale guidata dalla stessa Paola e con Rina al suo fianco.
Non mi sono annoiata nel frattempo, comunque: ho fatto contenta Cristina facendole indossare lo strap-on e servendola come una sottomessa, e abbiamo anche girato qualche filmato, dopo aver trovato il modo di far rleggere i telefonini in equilibrio, sia pur precario, ed esserci in qualche modo rese irriconoscibili con fazzoletti, tovaglioli e, quando sono stata io a farmi inculare, addirittura con un paio di mutandine in testa, calate fino agli occhi.
L’idillio è continuato in aereo: il volo non era low cost, abbiamo avuto due posti molto comodi, e Cristina si è comportata con la modestia di una cagna in calore, magari avrebbe voluto scopare anche a ottomila metri di quota, accidenti a quando le ho fatto vedere qualche spezzone di Emmanuelle.

 
Insomma, ci siamo accomodate sull’auto ed io ero abbastanza scossa dal desiderio insoddisfatto da non essere proprio lucidissima, tanto che ho dovuto chiedere due volta a Rina di ripetere, per favore, quello che aveva detto.
“Stanca, vero? Insomma, Lele si è pentito, o almeno così ha dichiarato. Se non ci racconta balle avremo un enorme debito con te, perché sembra che sia molto addentro ai meccanismi dello sfruttamento della prostituzione e sappia moltissime cose di come si muove la criminalità organizzata qui a Roma e dintorni”.
Per la verità, Lele lo avrei preferito al 41 bis, o meglio ancora sotto due buoni metri di terra: sa troppe cose di me e me ne ha fatte troppe: se credono al suo pentimento rischiamo di riaverlo in giro, sia pure sotto falso nome, fra pochissimo tempo, e la cosa non mi fa certo di impazzire di gioia: io l’ho fregato, e credo che non me l’abbia perdonata.
Paola prende uno svincolo che non riconosco nel buio incipiente: qui fa meno freddo che a Parigi ma il tempo è orribile, umidissimo e appiccicoso.
“Per un po’ sarete ancora mie ospiti, stasera grande festa”, dice, “ma io credo e spero che presto potrai tornare ad una vita normale”.
Non sarebbe una cattiva idea: chissà quanto lavoro ho perso, chissà se i miei clienti si ricordano ancora di me. Non sono diventata povera, o almeno non ancora, ma ieri, ad esempio, per solennizzare l’ultima notte in Francia, ho saccheggiato Fauchon e rimpinzato di prelibatezze care come il fuoco Cristina, che per il mio piacere indossava soltanto il reggicalze di cuoio e le calze, stavolta rosse per buon augurio, e no, non l’ho frustata, me la sono goduta molto più semplicemente, e insomma, incassare un po’ di soldi non mi dispiacerebbe certo.
Magari Paola non intende proprio questo, ma non sono affari suoi: a conti fatti, ho ancora tutto l’inverno per accumulare qualche euro, in maniera che il mio anno da puttana mi garantisca una certa sicurezza economica per il futuro.
Rina parla senza voltarsi, guardandomi nello specchietto di cortesia, mentre arriviamo a destinazione, e mi gela: “Domani, con calma, ne discuteremo. Abbiamo un nuovo lavoro per te”.
Per fortuna Cristina ha acceso il telefonino e ascolta musica a tutto volume con gli auricolari, non ha sentito niente.

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