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16 Ago

sexy-vintage-spanking-pics-06Stiamo andando verso i sotterranei del palazzo, dei quali conservo un pessimo ricordo: evidentemente questi signori non amano scopare dove mangiano, o chissà cos’altro.
Scendiamo le scale e sotto i piedi nudi il cemento prende il posto dei tappeti, poi scendiamo ancora e sento addirittura una specie di acciottolato, potrebbe essere di epoca altomedievale, o comunque ben imitato. L’illuminazione è passata dai candelieri dorati alle lampade a led alla piccole lampadine di emergenza che brillano fiocamente lungo un altro corridoio, umido e freddo. C‘è anche cattivo odore.
“Fermi così”, e la voce di Pierluigi rimbomba un po’; intuisco nella penombra che c’è un soffitto a volta anche qui.
Ci sono delle porte di legno, sembrano antiche e sono minacciose, rinforzate con bande di metallo dalle quali spuntano le teste squadrate di grossi chiodi; man mano che i miei occhi si abituano alla semioscurità riconosco anche spioncini chiusi da griglie di metallo, ma non vedo serrature di nessun genere: qui ci starebbero bene grossi, arrugginiti lucchetti a bloccare cigolanti catenacci di metallo, e magari un tizio con camicia a sbuffo, pantaloni aderenti e stivali al ginocchio, enorme, sporco e sboccato, con alla cintura appeso un anello tintinnante pieno di lunghe chiavi, la mano tesa ad estorcere mance dai parenti e dagli amici degli sfortunati reclusi.
Invece c’è solo Pierluigi nella sua doppia veste di schiavo sessuale e di caposquadra che ci fornisce altre istruzioni.

 


“Adesso apro le porte, ognuno entri in una camera: dovete aspettare in piedi, nella stessa posizione che avete tenuto nel salone, e come nel salone non parlate se non siete interrogati. Uscirete di qui quando non ci sarà più nessuno che abbia voglia di voi”.
Uno scatto metallico, forte ed incongruo, le porte si aprono certamente comandate da un interruttore elettrico, esitiamo tutti perché nelle celle, camere è certamente un eufemismo, è ancora più buio che in corridoio.
“Muoversi”, ci incita Pierluigi, “tra poco avranno finito di mangiare e cominceranno ad arrivare, guai se non vi trovano al vostro posto”.
C’è una tale urgenza nella sua voce che obbedisco e come me gli altri, faccio due passi, entro e prima che gli occhi possano abituarsi al buio la porta si chiude alle mie spalle con lo stesso scatto di prima; dallo spioncino filtra una luce molto fioca che mi consente di vedere un materasso sul pavimento e, accanto, un secchio. Con cautela esploro il locale, pochi passi di lunghezza e di larghezza, per pavimento larghe pietre lisce; poi comincio a vedere meglio le pareti fatte allo stesso modo, con anelli di ferro infissi tra le commessure per tutta la lunghezza.
Qui fa ancora più freddo, le pietre sotto i miei piedi nudi sono gelide ed umide, comincio a tremare e mi chiedo se non sia paura, e intanto assumo la posizione di attesa al centro della cella. C’è qualcuno meno disciplinato di me, sento una voce troppo alta che si spezza in un’implorazione, “fatemi uscire”: deve essere uno dei ragazzi, Milena e Ilary mi sono sembrate terrorizzate al punto da non essere quasi in grado di reagire, toccherebbe a me tirarle fuori di qui prima che sia troppo tardi.
Già, ma troppo tardi per cosa? Siamo tre puttane, verranno a scoparci e ci pagheranno, noi ci siamo presentate qui proprio per questo, e se vogliono giocare un po’ basta che non ci facciano più male di quello che possiamo sopportare e ci paghino un po’ di più.
Almeno, me lo dico e me lo ripeto per tenere sotto controllo i nervi, ma essere chiusa qui dentro mi fa davvero un po’ paura e comincio a tremare: mi auguro che sia per il freddo, non voglio aver paura.

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