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19 Ago

erect-birching-largeSono rimasta sola, in piedi come ci era stato ordinato, per un tempo che mi è sembrata infinito, poi la serratura è di nuovo scattata, la porta si è di nuovo aperta, è entrato un altro uomo. Mi si è piazzato alle spalle, dove non potevo vederlo, ed è rimasto a lungo in silenzio.
Anche questa era una prova di ubbidienza; bene, mi sono detta, vediamo cosa si inventa questo.
“Sei brava a restare immobile”, mi dice dopo un po’, “voglio vedere se sei capace di fare anche qualcos’altro”.
Uno dopo l’altro, mi serra ai polsi dei bracciali di cuoio. Stringono ma non mi fanno male, devono essere molto ben imbottiti. Poi il tintinnio di una catenella, uno strappo delle braccia verso l’alto ed un lancinante dolore alle spalle: mi sono trovata incatenata ad uno degli anelli alla parete. Cerco di alleviare la tensione delle spalle alzandomi sulla punta dei piedi e lo sento ridere.
“Fai pure, non credo che resisterai a lungo. Non ti imbavaglio perché mi piacciono le urla e i lamenti, non farti scrupolo”.
Lui non se ne è fatti. Probabilmente è un frustino con l’anima in metallo ricoperta di tela, flessibile e maneggevole, quello che mi colpisce le natiche, prima piano, quasi timidamente, poi sempre più forte.
Comincio ad urlare alla decima frustata, poi non le conto più, e ben prima che smetta non ho più forza e fiato e mi limito a piangere silenziosamente, ma riesco a restare sulla punta dei piedi fino all’ultimo.
Fino a quando, cioè, l’uomo mi sgancia dall’anello lasciandomi ammanettata e mi ordina di sdraiarmi faccia a terra, cosa di cui gli sono assurdamente grata, ho il culo in fiamme e non potrei sopportare di sdraiarmi supina.

 


Nella penombra, con gli occhi pieni di lacrime, intravedo un’elegantissimo mocassino che brilla, per quanto è lucido, anche nella scarsissima luce della cella.
“Lecca, e non smettere finché non te lo dico io”.
Posso farlo, lo faccio, almeno non mi frusta più. e sembra soddisfatto, anche se non posso trattenere un sussulto ed un singhiozzo di paura quando mi sfiora la schiena con il frustino. Per fortuna gli piace, lo sento ridere.
“Perfetta reazione animale”, commenta a voce alta, sempre più divertito, “Pavlov aveva ragione. Basta così, passiamo ad altro.”
Altro è un piede sul collo e la punta del frustino che fruga tra le mie gambe ed io ancora mi irrigidisco per un attimo e solo dopo riesco a farmi forza ed a rilassarmi: c’è un limite a quanto posso sopportare e ci sono pericolosamente vicina.
“Apri la bocca”, mi dice, e ci infila la punta del frustino che ha sapore di cuoio, di plastica e della mia fica. Ce la tiene per un attimo, poi la toglie ma mi ordina di non chiudere la bocca, accompagnando la frase con un colpetto sulla schiena.
“E adesso concludiamo”, dice, e mi dà una frustata più forte, prima di sdraiarsi su di me con tutto il suo peso.
Mi entra dentro di colpo e comincia a spingere; sembra aver esaurito la violenza, si muove con ritmo blando arrivando ogni volta fino in fondo ma senza brutalità. Non fosse per quello che mi ha inflitto non mi farebbe male, ma ogni volta che affonda sfrega contro le mie natiche in fiamme, e mi schiaccia sul pavimento togliendomi il respiro, seni e ventre sfregano dolorosamente sulla pietra gelata.
Ricomincio a piangere ma non ho il coraggio di urlare, mi ha ordinato di tenere la bocca aperta e non voglio disobbedire, e lui continua inesorabile senza parlare, senza neanche accelerare il respiro.
Per quanto tempo può continuare? Provo a muovermi sotto di lui, per quello che posso, ma mi fa troppo male e devo smettere; ne ho in compenso uno scappellotto sulla nuca e l’ordine di ricominciare, con un commento non saprei se realmente ammirato o beffardo.
“Finalmente cominciavi a reagire, era ora”.
E sia, posso sopportare un altro po’ di dolore, e ne sono premiata: perde il ritmo, comincia ad ansimare e viene urlando.

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