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20 Ago

ErichVonGothaAndandosene, mi ha detto che sono stata abbastanza brava e che un giorno o l’altro ci dobbiamo rivedere; in un posto più confortevole, mi sono augurata, e senza frustini o catene, a meno che non possa utilizzarli io, e mi sono rimessa in posizione davanti alla porta chiusa.
Questo qui ci aveva messo molto tempo, mi era sembrato. Mentre lo subivo non avevo fatto caso a quello che accadeva nelle altre celle, ma rimasta sola ho di nuovo teso le orecchie: silenzio tutto intorno, come se anche lì le ragazze ed i ragazzi fossero rimasti soli. Poi, di nuovo, lo scatto della serratura, ma molto forte, ed ho capito che erano state aperte tutte le porte, non solo la mia: cosa si erano inventati?
Ci ho messo qualche istante a rendermi conto che ci eravamo meritati qualche minuto di intervallo, quando un uomo assurdamente vestito con abiti settecenteschi, parrucca bianca, giacca lunga e pantaloni aderenti, si è affacciato sulla soglia e mi ha ordinato di venir fuori in corridoio. Lì mi sono trovata di nuovo fianco a fianco con il biondino, che tremava e piangeva silenziosamente: mi sono arrischiata a gettare uno sguardo ed ho notato che aveva un occhio nero ed il segno di un colpo di frusta sul petto. Più avanti mi è sembrato di intravvedere i capelli rossi di Milena, ma sono stata richiamata all’ordine da un urlaccio.

 


“Tu, la prima, ferma sull’attenti”.
Questo strano tipo non era solo: in fondo al corridoio ne è arrivato un altro, conciato allo stesso modo, con una specie di carrello, che chissà come hanno portato giù per le scale, ci è passato davanti e ha depositato davanti ad ognuno di noi un sacchetto rigonfio, grande più o meno come uno shopper del supermercato ma che sembrava fatto di tela.
Io sono rimasta immobile, ma qualcuno si è mosso e si è beccato un altro grido da sottufficiale istruttore: “Cioccolatino, fermo lì, non ti ho detto che potevi muoverti”.
Ho pensato che se questo strano caposquadra si limitava ad urlare avrei potuto stare a sentirlo anche per tutto il resto della notte, ma poi ho sentito il rumore di uno schiaffo, forte e ben diretto, ed il lamento di una ragazza.
“Lo volete capire che non dovete muovervi senza permesso?”, ha urlato ancora, e poi ha colpito di nuovo: Ilary o Milena? Questa è una cosa che gli farò pagare alla prima occasione.
Ci ha finalmente ordinato di raccogliere il sacco e di tornare dentro, avvertendoci che avevamo dieci minuti, anzi sette perché gli indisciplinati ci avevano fatto perdere tempo, prima del prossimo giro.
“E senza voltarvi, voglio che indietreggiate tenendo lo sguardo fisso su di me. Muoversi”, ha concluso, e non ce lo siamo fatti dire due volte.
Ho ignorato lo scatto della serratura perché mi sono dedicata a sventrare il sacchetto che sì, era di tela, chiuso da un cordoncino di canapa; dentro ci ho trovato una bottiglia di acqua, un pacchetto di fazzolettini di carta, un piccolo asciugamano morbidissimo e profumato ed un flaconcino di sapone liquido.
Sono davvero bravi a mettere in imbarazzo la gente, ho pensato: l’acqua o la bevo o mi ci lavo. Ho deciso di berla, poi mi sono passata rapidamente l’asciugamano tra le tette e sul culo; dopo un istante di riflessione, infine, ho appallottolato due fazzolettini di carta e me li sono ficcati dentro, il più in fondo possibile, trattenendo un gemito: a qualche cosa potranno servire, non ho nessuna voglia di restare incinta, stasera.
Ho fatto appena in tempo: di nuovo le luci in corridoio sono diventate più forti, di nuovo lo scatto della serratura, di nuovo un uomo che si è inquadrato sullo soglia, ed io di nuovo dritta in piedi, gambe divaricate, mani dietro la schiena. Questo lo ho riconosciuto, era quello che mi voleva per seconda, con i suoi baffoni rossi: si è portato appresso una sgradevole puzza di sudore, l’aria nella cella è diventata in un istante irrespirabile.
“In ginocchio, sbrigati”.
Ha anche bevuto troppo, lo ho sentito dalla voce impastata, lo ho visto dal passo un po’ incerto, e dal gesto insicuro col quale si è gettato dietro le spalle il mantello.
Ovviamente ho obbedito, ma non gli è bastato; doveva essere uno di quelli che si eccita parlando sporco, mi ha insultata dandomi della troia e mi ha ordinato di muovermi e prendergli il cazzo il mano.
“Non pretenderai che me lo tiri da fuori da solo, puttana?”
Per carità, non avevo intenzione di pretendere niente, e mi sono trovata in mano un uccello piccolo e moscio, che ho fatto fatica ad estrarre dalla calzamaglia aderente.
Ho faticato anche a riportarlo in vita, e intanto lui ha continuato a biascicare insulti e parolacce.
Che hanno raggiunto l’apice quando senza il minimo preavviso mi è venuto in bocca, accompagnandosi con una specie di lamento.
E’ stato un gesto istintivo, gli ho sputato tutto addosso, ma questi stronzi avrebbero davvero potuto portare dei preservativi; mi sono meritata due schiaffoni che mi hanno fatto rovinare sul pavimento con un grido, e poi un calcio nello stomaco che mi ha fatto più male di quello che mi sarei aspettato: indossava una specie di pantofola, l’alluce si è infilato sotto le costole, è quasi arrivato al cuore.
“Troia, pagherai per questo”.
Mi è mancato il respiro, poi ho preso un calcio in testa ed è diventato tutto nero.

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