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25 Ago

tumblr_l5576wbKcb1qabj53o1_500Ho capito che la notte era finita quando la porta della cella, nella quale mi avevano lasciata i padroni di casa senza neanche dirmi grazie, è di nuovo scattata, ed una voce più o meno elettronica ha ordinato di uscire e schierarsi in corridoio, nella posizione di riposo.
Zoppicando e sacramentando a mezza bocca ho obbedito e mi sono di nuovo trovata accanto al biondo; il quale biondo non riusciva a stare fermo, le spalle scosse da tremiti e singhiozzi, ed esibiva una collezione di lividi da far spavento su tutto il corpo, e puzzava ancora di più. Qualche lamento mi arrivava da più lontano lungo la fila, e ho provato a voltarmi per vedere come stavano le ragazze.
Pessima idea: ho preso un doloroso schiaffone sulla nuca, e mi sono trovata accanto uno di quei tizi in cipria e polpe, arrivato silenziosamente da chissà dove.
“Indisciplinata fino alla fine, tu”, ha brontolato, e mi ha strizzato ancora più dolorosamente un capezzolo, con gesto rapidissimo.
“Finché non siete usciti di qui dovete obbedire e basta, chiaro?”

 


Ho risposto automaticamente: “Sissignore signore”, e ho sentito l’ombra di un sorriso nella voce roca del mio aguzzino. “Ma guarda, abbiamo GI Jane, qui. Allora stai più dritta”, ed ha sottolineato l’ordine strizzando l’altro capezzolo prima di fare un passo indietro e di rivolgersi a tutto il provatissimo plotone. “Le donne un passo avanti, gli uomini un passo indietro”. Non ho avuto il coraggio di voltarmi, con quell’uomo così vicino, non ne potevo più di sentire dolore. Ilary e Milena potevano aspettare, io non ero in grado di fare niente per loro.
Silenzioso come il suo collega mi si è parato davanti l’altro sorvegliante in tenuta settecentesca e mi ha avvicinato alle labbra un bicchierino di plastica, ordinandomi di mandarne giù il contenuto; soggiogata, ho ancora una volta obbedito e ho inghiottito una pillola aiutandomi con quel po’ di saliva che mi era rimasta in gola. Poi ho razionalizzato dicendomi che non avrebbero certamente voluto avvelenare solo le donne, e che si trattava molto probabilmente della pillola del giorno dopo: necessaria ma non sufficiente, d’obbligo non appena possibile tutti i controlli sulle malattie sessualmente trasmissibili. “Adesso fronte a destra, avanti. Prima gli uomini, in silenzio e tenete il passo”, ha abbaiato ad un centimetro dalle mie orecchie il guardiano facendo un passo di lato per lasciarci sfilare davanti a lui; mi sono trovata, di nuovo, il biondo accanto, e abbiamo incespicato più o meno all’unisono su per le scale e lungo i corridoi, svoltando a destra o a sinistra agli ordini dei guardiani; il tutto in un silenzio irreale e col sottofondo dello scalpiccio dei nostri piedi nudi sui pavimenti di cemento prima, poi di marmo.
Ancora una volta siamo passati per corridoi, stanze e saloni che non ricordavo fino a trovarci in un salottino incongruamente arredato come lo spogliatoio di una palestra: panche di legno, stipetti alle pareti e in fondo, in un settore tutto piastrellato, tre docce.
“Continuate a camminare, tu GI Jane, vai avanti, fermati all’ultimo armadietto e lì girati, spalle alla parete”, mi ha intimato il guardiano che è ancora accanto a me. Ho obbedito e ci siamo trovati non più in fila ma in una specie di semicerchio, lungo tre lati della stanza. I due sorveglianti si sono piazzati proprio nel bel mezzo, e dietro le loro spalle quadrate ho potuto vedere i capelli rossi di Milena, ma solo quelli.
“Molto bene”, è intervenuto il secondo guardiano, “a partire dall’ultimo, per tre, due minuti per la doccia, così puzzerete meno perché adesso siete insopportabili. Di corsa”.
L’ultimo era, anche stavolta, Pierluigi, che è schizzato via precedendo proprio Milena e il ragazzino arabo, che si è mosso con un attimo di ritardo. Milena aveva qualche segno blu sulle natiche, ma per il resto mi è sembrata a posto.
“Muoversi, muoversi”, i sorveglianti hanno imposto un ritmo indiavolato, accanto a me sono scattati il ragazzo di colore con l’enorme uccello che gli penzolava tra le gambe e che sembrava quello che se l’è cavata meglio di tutti, il biondino e Ilary, di cui ho fatto in tempo a notare il fianco che recava i segni inconfondibili della canna di bambù. Era qui dietro di me, a pochi passi, e non me ne ero accorta, maledizione.
“GI Jane, tutto per te il prossimo turno”, ha riso il guardiano avvicinandosi e dandomi una palpata alle tette quasi affettuosa, “non dire che non ti trattiamo bene”.
“Via, via, via”, ha urlato l’altro, ed io sono scattata incrociando per un attimo lo sguardo di Ilary e sono rimasta sconvolta: due occhi fiammeggianti, ricolmi di odio puro.
“Via, via, via”, e sono schizzata fuori dalla doccia per riprendere il mio posto accanto al ragazzino biondo che continuava a puzzare di sudore e di merda. Due minuti per lavarsi dopo una notte così sembrano pochi, ma se non c’è sapone e l’acqua è gelata possono essere un’eternità.
Non eravamo meno sporchi, ma solo infreddoliti e bagnati fradici: ho sperato che questa fosse l’ultima cattiveria e sono subito rimasta delusa.

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