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26 Ago

Vicente Maeso ( Espanish, 1917-)“Negli armadietti alle spalle di ognuno di voi ci sono i vostri vestiti ed il vostro compenso”, ha detto nel solito tono ringhioso il guardiano, “ma le chiavi ce le abbiamo noi”.
E insomma, si sono voluti divertire anche loro e ci hanno ordinato di sdraiarci pancia a terra e strisciare sotto le panche, poi di rialzarci in piedi e tornare di corsa al punto di partenza scavalcandole. Niente da dire, questi due erano sicuramente persone con una impronta militare, probabilmente riconvertitisi in specialisti della sicurezza.
Abbiamo fatto avanti e indietro cinque o sei volte, e per lo meno sono riuscita a scaldarmi; il piccolo nordafricano, ogni volta, inciampava nella panca a rischio di cadere faccia a terra e farsi davvero male e beccandosi, ogni volta, insulti e urlacci.
Non solo, anche Pierluigi mi è sembrato in difficoltà, ma comunque quando ci hanno ordinato di fermarci avevamo tutti il fiato corto, un vero e proprio concerto di respiri affannosi.

 


A me continuava a far male il culo, ma incredibilmente ogni altro dolore era passato e mi sentivo in grado di continuare: grazie, Tiziana, dovunque tu sia, per l’addestramento che mi hai impartito, ho pensato, ed ho nuovamente promesso a me stessa di riprendere ad allenarmi.
Ma non bastava. Per carità, era comprensibile, avevano passato la serata ad assistere e controllare gente che scopava in tutti i modi, adesso era arrivato il loro turno.
Hanno voluto Ilary e Milena, dopo avermi scoccato un’occhiata che diceva “al prossimo giro ci occuperemo di te”, e se le sono scopate sotto i nostri occhi, a lungo, scambiandosele più volte. Hanno anche avuto il coraggio di mettere i loro cazzi in bocca a Ilary, che continuava a distillare odio dallo sguardo, e ad ogni momento mi aspettavo di veder schizzare sangue e di sentire l’urlo di dolore; e invece no, Ilary ha disciplinatamente leccato e succhiato, e devo aggiungere che hanno avuto il buon gusto di infilarsi i preservativi, forse per proteggere loro stessi.
E noi? Un uomo, tre ragazzi ed una donna in forma, poteva essere una buona idea saltargli addosso e riempirli di botte, e invece nessuno si è mosso, forse per la paura, forse per la stanchezza, forse perché in fondo non aspettavamo altro che la cosa andasse a conclusione, forse perché eravamo più che contenti che non toccasse a noi.
E alla fine è toccato anche a me.
Dopo essere felicemente venuti, dopo aver ordinato a Ilary e Milena di ritornare ai loro posti, dopo aver ripreso fiato, si sono guardati e scambiati uno sguardo d’intesa prima di rivolgersi a me.
“GI Jane, sono certo che ti piacciono i cazzi grossi”.
Avevo un soprannome da difendere, quindi ho trovato la forza di urlare: “Nossignore, signore”.
“Allora sarà ancora più divertente vederti alle prese col cioccolatino, qui. Muoviti, fallo divertire”.
Ho avuto un brivido: cosa sarebbe successo se avessi detto di no? Non ho voluto scoprirlo, mi sono avvicinata rigidamente al ragazzino di colore sentendomi tutti gli occhi addosso e sono stata fulminata dal sorriso maschile e adulto che mi ha rivolto: il sorriso di un uomo felice di trovarsi una donna nuda e disponibile davanti. Ma quanti anni aveva, questo qui?
L’ho abbracciato apprezzando la grana della sua pelle, ma non mi sono trattenuta; gli ho sibilato all’orecchio: “Fai fare tutto a me, non muoverti”, e intanto quel primo contatto è stato sufficiente per far sobbalzare il suo spaventoso uccello.
Non mi aspettavo la sua risposta, in un italiano senza il minimo accento, anzi, con una forte cadenza romanesca: “Non ti preoccupare, facciamo piano”.
“Piccioncini, mettetevi comodi”, ci hanno ordinato, e il ragazzino si è steso sulla panca, io mi sono accovacciata accanto a lui e lo ho preso in bocca con cautela cercando di non fare caso al cattivo odore ed al peggior sapore, sperma sudore e merda mescolati, e ho fatto bene, in un attimo è diventato enorme, da non crederci; ho rialzato la testa ed ho chiesto un preservativo, suscitando l’ilarità dei guardiani, che però mi hanno accontentata.
Metterglielo è stato un’impresa, e alla fine, per quanto tirassi e stendessi sono riuscita a farlo arrivare neanche alla metà: mai capitato prima.
“Stai fermo”, gli ho detto ancora, e con ogni cautela, anche per le fitte al culo, mi sono messa a cavalcioni, i piedi saldamente piantati sul pavimento, e a piccoli scatti mi sono lentamente calata su di lui, inghiottendolo per quanto potevo. Lo ho guardato in faccia, e lui ha avuto lo stesso sorriso di prima, mi ha messo le mani sui fianchi e con insospettabile forza mi ha aiutata a restare in equilibrio: ho cominciato a muovermi con molta attenzione, e devo dire che la posizione, per quanto strana, mi consentiva il massimo controllo; ho provato ad abbassarmi di più, poi mi sono chinata in avanti: volevo avvicinarmi il più possibile per dirgli ancora qualcosa all’orecchio, ma non ci sono riuscita.
E allora mi sono raddrizzata ed ho cominciato a muovere il bacino in tondo: ancora una bella ginnastica, per completare la nottata.
“Più in fretta, GI Jane”, ha brontolato il sorvegliante, “vogliamo vederti sudare di più”.
Già così era faticoso, accidenti a lui; il ragazzino sembrava divertirsi, assecondava i miei movimenti e mentre io lo guardavo in faccia lui fissava il soffitto, oltre la mia testa.
L’ho visto muovere le labbra, e mi sono resa conto che stava articolando qualcosa: “attenta, attenta”, e ho sentito sulle spalle due mani come presse che cercavano di spingermi verso il basso.
Mai contrastare uno più forte di te, e così ho assecondato la spinta lasciandomi cadere all’indietro: a nessun costo mi sarei lasciata infilare completamente dentro quel cazzo. Il mio partner mi ha in qualche modo aiutata accompagnando il mio movimento e stringendo la presa; il cazzo è delicatamente scivolato fuori di me ed è apparso in bella evidenza in tutto il suo splendore.
Mi è venuto da ridere e mi sono trattenuta appena in tempo, con il sorvegliante lì alle mie spalle: chissà come avrebbe reagito.
“Insomma, GI Jane, sei crudele: fallo finire, in qualche modo”, ha detto l’altro.
Con il ragazzo ci siamo guardati, ho colto un cenno di assenso e ho preso a masturbarlo, a due mani, con intensità ed attenzione; è stata una cosa che in questo assurdo scenario, in questo folle momento, mi ha riportata indietro nel tempo. Ho chiuso gli occhi e mi sono sentita molto più giovane, quando avevo dodici anni e facevo venire così Lello sotto la scrivania mentre studiavamo assieme, e lui mi chiedeva sempre se poteva toccarmi ed io rispondevo di no, perché mi vergognavo ed avevo paura che non gli piacesse come ero fatta.
Stavo ancora pensando a Lello ed al suo cazzo da adolescente, con gli occhi chiusi e le mani che andavano grazie al pilota automatico, quando sono stata distratta dal grido del ragazzo, dal suo sobbalzo che quasi mi ha disarcionata e infine da un convinto applauso dei guardiani. Ho riaperto gli occhi e mi sono resa conto di essermi fatto un amico: il ragazzo mi sorrideva e sembrava dirmi che nessuno glielo aveva mai fatto bene come me.

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