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27 Ago

yoshie019I sorveglianti ci hanno prima ordinato di inginocchiarci con le mani dietro la nuca, poi sono passati tra di noi per aprire finalmente gli armadietti alle nostre spalle.
L’ordine di rialzarci e di rivestirci ci è arrivato solo quando erano ritornati a distanza di sicurezza.
“Sbrigatevi, non vorrete restare qui ancora un minuto di troppo, spero”, ha berciato il guardiano più vicino a me.
Insomma, questa volta niente accappatoi di spugna, niente jacuzzi e niente prima colazione, ho frugato nell’armadietto, che ho trovato stipato anche con la valigetta che mi ero inutilmente portata appresso, mi sono rivestita in fretta e furia e non ho neanche pensato di guardare nella busta a sacchetto appiccicata col nastro adesivo alla borsetta.
Senza tette, culo e fica al vento mi sono sentita irrazionalmente più sicura, anche se ho pensato che tutto quello che avevo indosso avrebbe dovuto essere immediatamente lavato.
“Adesso muoversi, fuori di qui, in fila”.

 


Siamo stati fatti uscire dallo spogliatoio per una porta diversa da quella attraverso la quale eravamo entrati, io ero di nuovo in testa alla fila. Il guardiano dalla voce roca camminava un passo dietro di me e due passi di lato, e mi indicava dove svoltare; sono convinta che ci ha fatto fare un altro giro assurdo del palazzo, per confonderci le idee, fino a quando non ha abbaiato l’ultimo ordine.
“Ragazze a destra, ragazzi a sinistra”, ed è andato a sinistra, accanto al biondino che trascinava i piedi per la stanchezza e, credo, per il sonno.
Io mi sono trovata accanto l’altro guardiano, e immaginavo di essere seguita da Ilary e Milena; mi sono prima resa conto di barcollare, poi che eravamo arrivate al solito portoncino sulla stradina. Il sorvegliante ci ha dato un’occhiata e ci ha finalmente aperto la porta.
Fuori era ancora buio pesto, e faceva un freddo cane.
Sono scesa in strada, mi sono fermata e solo in quel momento mi è anche venuto in mente che avrei dovuto inventare una buona scusa per spiegare alle ragazze come mai ero attesa. E sì, perché credevo di trovare una specie di esercito guidato da Paola e Lilli accampato sulla soglia, a dimostrazione di quanto fossi ormai decisamente poco lucida.
Invece nel buio e nel freddo eravamo sole, il che mi dava un po’ di spazio di manovra.
Ho acceso il telefonino, imitata da Milena, mentre Ilary mi si appoggiava pesantemente contro e la prima cosa che ho notato è stata l’ora: le quattro del mattino.
Milena stava cercando di chiamare qualcuno, immagino Cristian, e l’ho fermata con un gesto: l’idea che stavo cercando mi era finalmente venuta.
“Chiamo una amica che abita qui vicino, potrà venirci a prendere in macchina”, ho detto, ed ho mandato un rapido messaggio a Paola, “voi non potete tornare a casa, a quest’ora. Cosa avete detto in famiglia?”
Di quello non avrei dovuto preoccuparmi; Milena ha spento con un gesto di stizza il telefono borbottando che Cristian non rispondeva e Ilary ha risposto anche per lei: “Sanno che dormiamo fuori, non ci fanno altre domande”.
Magnifico.
Poi un paio di fari hanno frustato l’oscurità e Paola si è affacciata al finestrino per invitarci a salire a bordo della berlinona che occupava l’intero spazio del vicolo. Momento delicato, con lei non ho avuto il modo di mettermi d’accordo.
“Ti porto da Sara”, ha detto mentre cercavamo di accomodarci, “a casa tua non c’è nessuno. Raccontami cosa hai combinato, ti aspettavamo per l’aperitivo”.
Brava.

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