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19 Set

bump-horsePaola mi aspettava all’angolo, e sembrava impaziente. Secondo le mie solite abitudini, mi ero fatta lasciare dal tassì duecento metri più in là, e me l’ero presa comoda nel percorrere i due angoli fino al portone.
Non solo impaziente, era terrea, i lineamenti induriti in una smorfia quasi di raccapriccio, e tremava, me ne accorsi quando mi abbracciò.
Cercò di trascinarmi verso il portone ma io opposi resistenza, come potevo, piantando i tacchi a spillo nelle commessure dei sanpietrini.
“No”, dissi, “tu stai male e nello studio non c’è niente, hai bisogno di bere qualcosa di forte”.

 


“Non voglio bere”, ribatté, “anche se dio solo sa quanto ne avrei bisogno. Andiamo, apri il portone e sbrigati, non ce la faccio a tenermelo ancora dentro”.
Il tono, basso e ringhiante, mi raggelò, ed obbedii senza discutere.
Paola si abbatté sul divano e mi fece segno, o meglio mi ordinò, di sedermi accanto a lei, senza lasciarmi il tempo di accendere il riscaldamento. Tenni il cappotto, e lei fece lo stesso.
“Non c’è un modo buono per dirlo, quindi la faccio breve. Giorgia e la sua ragazza sono morte”.
Chiusi gli occhi. Si chiamava Gianna, perdìo, dì il suo nome, lo conosci.
“Un qualche cretino le ha lasciate sole, si sono impiccate una accanto all’altra, hanno anche avuto il tempo di fare l’amore e di lasciare un biglietto, hanno scritto che era colpa loro”.
Anche questo hanno dovuto soffrire, il senso di colpa e la responsabilità, troppo per le loro spalle di adolescenti.
“Non piangere. Ho scatenato Maria Carla, lei ha sentito odore di sangue nell’acqua, ci consegnerà un po’ di teste su un piatto d’argento, la dirigente, due assistenti, la pagheranno, faremo chiudere quella casa che non avrebbe mai dovuto aprire”.
Sì, ma sono morte, non ha più importanza.
“Hanno scritto anche che vogliono essere cremate e che le ceneri siano mescolate assieme. Ci puoi pensare tu”?
Certo, e terrò l’urna dentro casa, e magari la porterò in Basilicata e troverò posto anche per loro nella cappella di famiglia. Ma Tiziana?
“Avvertiremo Tiziana domani, o dopo; non ha importanza. Non è venuta a Roma per parlare con la figlia, mi sembra che la cosa non le interessi, o che magari se lo aspettasse. E adesso che ho parlato, vai per favore a comprare qualcosa da bere, va bene la birra, tanta e gelata, ma non dobbiamo ubriacarci, dobbiamo ancora parlare”.
Barcollando, le lacrime agli occhi, obbedii, ancora una volta, mi trascinai al bar più vicino e ritornai con due bottiglie grandi di Peroni pagate come champagne millesimato: è il centro storico, bellezza, sembrò dire il barista quando mi porse lo scontrino.
Paola mi aspettava dove la avevo lasciata, solo che si era spogliata e adesso era seduta sul divano completamente nuda, e mi sembrava sentisse freddo.
“Non ti preoccupare, tu resta pura vestita, stappa la bottiglia e passamela”.
Ne buttò giù quasi un terzo con una lunga sorsata dal collo e me la restituì. Io bevvi e lei parlò.
“Non è vero che sono brava a fare il mio lavoro, avrei dovuto capirlo, avrei dovuto insistere perché fossero separate, avrei dovuto insistere per farti subito affidare Gianna, e invece mi sono fidata. Accendi il riscaldamento, per favore, e lascia qui la bottiglia”.
Cosa vuole da me, stavolta? No, non voglio fare sesso con lei, vorrei Cristina, il suo corpo intensamente erotico abbracciato al mio, Cristina che non mi chiede mai perché e che fa tutto quello che voglio con un sorriso sulle labbra.
“Ho detto a Sara che abbiamo scopato, l’altra volta, lei ha capito e mi ha perdonata. Stavolta non scoperemo, non ti preoccupare, ho bisogno di te per un’altra cosa. Svuoto questa bottiglia e poi te lo dico, perché ho un po’ di paura”.
Probabilmente è una cosa che farà paura anche a me, tendo la mano.
“No, tu no, e metti l’altra bottiglia in frigo, ci servirà dopo”.
Paola bevve l’ultimo sorso, si alzò ed entrò in camera.
“Vieni, non devi aver paura, basta la mia. Legami alla croce, bendami, imbavagliami e frustami, a sangue. Non dire niente, lo so che mi resteranno le cicatrici, le voglio, saranno il mio tributo per due ragazze che non ho conosciuto ma che ho collaborato a far morire. E’ inutile che fai segno di no, lo farai, altrimenti resteremo qui molto a lungo. E non importa se non ti piace, non deve piacerti, come non ti è piaciuto scoparmi l’altra volta”.
Si appoggiò alla croce ed io, soggiogata, mi avvicinai e la legai, polsi e caviglie. Aveva la pelle d’oca e tremava.
“Bene così, poi mi legherai faccia al muro per frustarmi anche sulla schiena e sul culo. Prima di bendarmi fammi vedere che frustino userai. No, quello non va bene, prendi quello che fa più male, quello lì accanto. Niente safeword, niente safesign, devi continuare finché non vedi il sangue, prima sui seni, poi sulla schiena e sul culo. Ti prego, fai le cose per bene. Così, non vedo niente, va benissimo, e adesso imbavagliami, e poi comincia, subito, prima che io abbia troppa paura”.
Non trovavo la gag-ball, le misi in bocca il doppio fallo, strinsi forte la cinghia e feci un passo indietro. Lei annuì, era pronta.

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