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25 Set

le-reposeE’ buio, umido e freddo nel vialetto sul quale si apre il cancello contraddistinto dal numero che costituisce la nostra destinazione. Fabrizia compone il numero e mi passa la busta, che io squarcio quasi con furia: i giochetti di seduzione con lei sono stati anche divertenti, da adesso in poi ci sarà poco da ridere.
Scatto della serratura e contemporaneamente il buio è spazzato via da una luce bianca e fortissima che ci abbaglia: ci tengono alla sicurezza qui, e vogliono essere certi di conoscere e riconoscere quelli che lasciano entrare.

 


Abbagliate avanziamo attraverso un giardino che mi sembra enorme fino ad una porticina di servizio: ci si vede abbastanza per leggere finalmente poche righe di istruzioni che riassumo per Fabrizia.
Appena entrate troveremo due passamontagna ed un rotolo di nastro adesivo, in fondo al corridoio ci aspetta il cliente che dovremo spogliare, immobilizzare e torturare un po’ per farci aprire la cassaforte. Niente sangue, niente piscio e men che meno merda, solo schiaffi e pizzicotti, e la safeword sarà santantonio. L’ultima riga ci lascia perplesse, perché ci augura sì buon lavoro ma conclude accennando ad una sorpresa.
Non è tranquillizzante: perché i clienti vogliono sempre fare i furbi?
Non possiamo fare altro che avvertire Simonetta, la quale non ha nulla da dire: ci invita a stare attente e ci promette che terrà il telefonino acceso, per qualsiasi cosa possiamo chiamarla. E sia, cominciamo.
Fabrizia ed io percorriamo silenziosamente il corridoio e apriamo con cautela la porta.
E’ un salotto più piccolo di quanto mi aspettassi, arredato con un grande divano blu, quadri astratti nei quali predomina il blu alle pareti bianche e un grande caminetto nel quale scoppietta un grosso ceppo.
Seduto sul divano, dandoci le spalle, il cliente, di cui vediamo solo la testa pelata e luccicante sotto la luce di un lampadario evidentemente di design.
Dobbiamo aggredirlo e immobilizzarlo e non c’è modo di farlo senza un po’ di violenza: due passi trattenendo il respiro e gli sono addosso, gli stringo il collo nella piega del gomito e gli sussuro di stare zitto e buono.
Ha avuto il buon senso di indossare una vestaglia, che Fabrizia gli toglie rapidamente, e nient’altro, il che ci semplifica molto il lavoro e in men che non si dica è sdraiato a pancia in giù sul divano, polsi legati dietro la schiena, caviglie bloccate, occhi bendati.
E’ il momento di cominciare l’interrogatorio ma c’è ancora qualcosa che mi infastidisce: faccio cenno a Fabrizia di prendere il mio posto e di sculacciarlo, faccio il giro della stanza e chiudo a chiave tutte le porte, senza trascurare quella che dà sul giardino. Per qualche ragione mi sento molto meglio e posso dedicarmi al lavoro in maniera più produttiva, e passo agli insulti: gli do dello stronzo bastardo, dell’impotente e del succhiacazzi, Fabrizia gli infila non troppo delicatamente due dita nel culo, ma c’è qualcosa che non mi convince; insomma, il cliente sta lì, le prende, ma non si diverte, non si eccita, non partecipa ad un gioco per il quale ha pagato, e anche caro.
Sarebbe il momento di passare ad altro, e di dedicarci al cazzo di questo tizio; guardo Fabrizia, lei guarda me e annuisce, poi mi fermo: mi è sembrato di sentire un rumore; lo ha sentito anche lei, c’è qualcuno che sta cercando di aprire la porta che avevo accuratamente chiuso.
Prima che possa chiedere al cliente cosa sta succedendo il mio telefonino prende vita; rispondo e mi becco un cazziatone di Simonetta, che sostanzialmente mi chiede cosa stiamo combinando e perché cazzo non ci siamo messe al lavoro.
“Guarda che noi stiamo già lavorando. Siamo qui con il cliente che è legato come un salame, culo al vento, e certamente non è stato lui a chiamarti per protestare”.
Simonetta non fa una piega: resta lì, mi dice, non fare niente, due minuti e ti richiamo.
Ed è di parola; probabilmente aveva in linea qualcuno, quello che la aveva chiamata per protestare, e mi spiega.
Per farla breve, c’erano due amici di questo cretino, che solo allora aveva cominciato a sudare ed a preoccuparsi, dall’altro lato di quella porta, che volevano giocare alle guardie del corpo: avrebbero fatto irruzione, liberato il padrone di casa, infine immobilizzato noi per torturarci e scoparci con calma.
Perché mai i clienti devono sempre fare i furbi? Non c’è risposta, ovviamente. Mi consulto silenziosamente con Fabrizia, e rispondo che sì, va bene, lo facciamo, tariffa doppia, stesse regole e stessa safeword. Il telefono diventa per qualche istante muto, poi Simonetta ha detto che erano d’accordo, noi dovevamo aprire la porta e ricominciare a tormentare il cliente

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