904

27 Set

grosz3jkVoglio dire, lo sfortunato proprietario di quell’uccello che una volta debitamente stimolato si è dimostrato un cazzo piccolo e storto dimostrava di avere una scarsissima dimestichezza con acqua e sapone ma anche con il sesso fatto bene, perché dopo pochi istanti si è staccato da me urlando e bestemmiando, neanche glielo avessi staccato a morsi, e invece stava venendo, troppo presto, mi dispiace per lui, e per fortuna che temevo una cosa del genere e sono riuscita a non ingoiare niente.
Altre urla, bestemmie e insulti, e per fortuna non hanno alzato le mani.

 


O almeno non subito.Una volta ripreso fiato il cliente mi ha mollato due schiaffoni che mi hanno fatta barcollare, e per fortuna tenevo le ginocchia aperte, poi ha ricominciato ad urlarmi contro.
“L’hai fatto apposta, troia, adesso ti sistemo io”.
Ho sentito un gran dolore al seno, mi aveva pizzicato un capezzolo con cattiveria, tirandolo e strizzandolo.
Non devo muovermi, non devo reagire, non devo urlare, mi sono detta, altrimenti questo si incazza ancora di più. Purtroppo Fabrizia non ha seguito la mia linea di ragionamento ed è intervenuta, dicendo: “Aspetta, puoi prendere me, non farle male”.
“Io voglio te, lui ha una questione personale da sistemare”. Questa era un’altra voce.
E così, tra altri schiaffi, ho sentito Fabrizia darsi da fare accanto a me, lamentarsi per qualcosa che le aveva fatto male, ed infine il cliente venire con soddisfazione.
Forse era il momento di pronunciare la safeword, ma avevo paura che non ne avrebbero tenuto conto; non lo aveva fatto neanche Fabrizia,che sentivo alle prese con il terzo cliente e che ancora si lamentava.
E poi fu di nuovo il mio turno.
“Tieni le mani sulla testa, puttana, non mi fido di te, e stai molto attenta a quello che fai”.
Questo era l’amico, l’altra guardia del corpo, che era rimasto accanto a me dopo essersi goduta Fabrizia, dimostrando una certa resistenza. Anzi, cosa le stanno facendo ancora, mi sono chiesta mentre mi affannavo a ridare vita ad un molle pezzettino di carne, e mi sono detta che quando avrei potuto togliermi questo cerotto dagli occhi sarebbe sempre stato troppo tardi.
Dopo un po’ ho sentito che qualcosa si muoveva, e in un attimo mi sono trovata con la bocca piena: ammaestrata dall’esperienza, mi sono tirata indietro nonostante gli insulti che mi venivano indirizzati sia dal tizio che stavo spompinando che dal suo amico, e che in sostanza mi chiedevano perché mi fossi fermata.
“Mi sono accorta che ti piace”, ho risposto, “ma non voglio prendere ancora botte, dimmi tu cosa vuoi fare ed io lo faccio”. Sono anche riuscita a conservare un tono sottomesso ed impaurito, e per la verità non ho dovuto sforzarmi troppo, perché l’evoluzione della nottata non mi piaceva per niente: avevo sentito altri due tonfi che potevano essere solo ceffoni che si era presa Fabrizia, che forse non riusciva a far tornare in vita l’uccello del padrone di casa, o forse non lo faceva con sufficiente entusiasmo e da quello che potevo capire, i clienti avevano perso il controllo, o erano davvero al limite.
“Cosa voglio fare? Che domanda del cazzo è? Voglio scoparti, girati e mettiti faccia a terra”, è stata la risposta, che in fondo mi ero meritata.
Mi ha anche permesso di mettergli il preservativo, cosa che ho fatto con molta attenzione: se lo avessi toccato troppo, brancolando così alla cieca, rischiava di venire di nuovo e a quel punto le avrei davvero prese. Peggio di Fabrizia, che sentivo alle mie spalle lamentarsi a bassa voce, quasi con pudore, a fare da sottofondo ai rumori che erano quelli, ormai, di una clamorosa sculacciata.
Se c’è una cosa che avevo imparato facendo questo mestiere è che gli uomini sono da riempire di bugie, più ne dici più sono contenti, e mi è sembrato il momento di mettere in pratica questa aurea regoletta: “Fai piano, ti prego”, gli ho detto voltando come potevo, in quella posizione, la testa verso il cliente, “sei così grande e così duro, non farmi più male”.
Ovviamente ha di nuovo abboccato e per tutta risposta si è spinto con furia dentro di me, godendosi i miei lamenti per un tempo che a me, in quella scomoda posizione e con una certa paura che cominciavo a sentire, è sembrato interminabile ma che doveva essere stato brevissimo, visto che è venuto con un nuovo urlo che mi è sembrato più di rabbia che di soddisfazione.
“Adesso mi farà del male sul serio”, ho pensato, ma ero stata troppo pessimista: mi sono beccata una scarica di insulti ma era probabilmente fin troppo contento di essere riuscito a farsi la seconda.
Da qualche parte sentivo ancora i lamenti di Fabrizia e, più forte, il respiro affannoso tipico di un uomo che sta scopando ed è quasi arrivato alla conclusione e, subito dopo, il suo grido di trionfo.
Avevamo finito? Ci avrebbero finalmente liberate?
“Buttatele fuori, credo che abbiano capito la lezione”, è stata come una risposta alla domanda che non avevo avuto il coraggio di fare se non a me stessa, e mi sono trovata tirata in piedi per il collo e spinta attraverso la stanza. Poi ho sentito Fabrizia che si lamentava di qualcosa ed una raffica di vento gelato. Un’altra spinta e mi sono trovata a gambe all’aria su un prato impeccabilmente curato, bagnato e gelido, e ho sentito il rumore di una serratura che scattava: ci avevano chiuse fuori.
Una volta tolto il cerotto dagli occhi, ci siamo rese conto, dopo qualche istante, che accanto a noi c’erano i nostri vestiti, le borsette e tutto quello di cui avevamo bisogno, nonché una busta a sacchetto marroncina gonfia di banconote. Ci siamo rivestite il più in fretta possibile, tremando per il freddo e siamo scappate a gambe levate. Purtroppo non si vedeva quasi niente ed abbiamo dovuto fare tutto il giro della villa, che si è dimostrata ancora più grande di quello che sembrava, prima di trovare il vialetto che avevamo percorso entrando ed il cancello dal quale eravamo passate, la cui serratura è scattata rumorosamente proprio quando ci chiedevamo, più terrorizzate che preoccupate, se non era stata tutta una finta e avremmo dovuto ricominciare.
Ho chiamato Simonetta balbettando e battendo i denti, per il freddo che ancora sentivo ed anche per la paura, ho tagliato corto con le sue scuse e ci siamo avviate verso casa, a filo di gas sulla moto che temevo di non riuscire a tenere in equilibrio.

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Una Risposta to “904”

  1. Harrison Fiat settembre 27, 2014 a 7:46 pm #

    Ma ti si può avvicinare o sei solo da leggere passivamente?

    Risposta:
    Ti basta una mano per scorrere il post, usa l’altra attivamente 😉

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