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2 Ott

rev68758(1)-oriHo convocato il mio battaglione di puttane nello studio di Tiziana per fornire loro le istruzioni per la serata: va benissimo, quando avremo finito in due minuti saremo a destinazione.
Devo confessare che stavolta ho avuto un piccolo tuffo al cuore infilando la chiave nella serratura, come se mi fossi aspettata di trovare Tiziana ad attendermi per infliggermi una meritata punizione o peggio ancora impegnata a sottomettere Heidi, incaprettata al mio posto.

 


Ma non c’era nessuno, naturalmente. L’ultima volta avevo trovato un mucchio di bollette sul pavimento, condominio, elettricità, gas, e le avevo affidate al fratellone perché le pagasse nella forma più anonima possibile, stavolta entrando ho calpestato una semplicissima busta bianca: è senza destinatario, senza mittente, e la ho aperta senza remore per trovare un foglietto con poche parole scarabocchiate che ho decifrato con qualche difficoltà: “Dove sei finita puttana”.  A chiunque fosse indirizzato, niente affatto tranquillizzante, ho pensato riponendolo nella borsetta, ed ho rivolto un grato pensiero a Lilli, di guardia da qualche parte lì fuori.
Per scrupolo ho anche controllato l’attrezzatura: tutto era in condizioni perfette, e mi sono trovata quasi senza accorgermene ad accarezzare il frustino che avevo imparato a conoscere così bene e che così bene conosceva a sua volta i miei seni ed il mio culo.
Dove era finita Tiziana? Sarebbe mai tornata a Roma? Se davvero aveva deciso di restare a Berlino non avrebbe dovuto chiudere lo studio, almeno per non doverne sostenere più le spese?
Dopo tutto quello che era accaduto a Tiziana ed alla sua famiglia non avrei dovuto restare lì da sola, ovviamente, e mentre me lo rimproveravo mi ero appoggiata quasi senza accorgermene alla croce di Sant’Andrea che sembrava fatta su misura per me quando mi ci trovavo legata in attesa della disciplina; avevo anche chiuso gli occhi e così com’ero mi sembrava di sentire la cera fusa ed il ghiaccio che si alternavano sui miei capezzoli, lo strap-on che scavava dentro di me, il cazzo di gomma che mi riempiva la bocca e che si muoveva su e giù fin quasi a soffocarmi mentre servivo Madame per il suo piacere. Non ne avevo mai provato tanta nostalgia come in quel momento, non ne avevo mai sentito tanto la mancanza prima; si sentiva così una cagnolina abbandonata lungo l’autostrada?
Mi sono faticosamente staccata dalla croce, ho aperto gli occhi quasi aspettandomi un ordine di Tiziana e lo sguardo mi è caduto sul complicato armadio che avevo lasciato aperto: come in trance ho cercato nei cassetti, pur ripetendomi che era una pessima idea ed ho subito trovato il mio collare di metallo; era diventato un po’ opaco, se Madame lo avesse visto mi avrebbe certamente punita per quella negligenza, la sua schiavetta aveva anche il dovere di pulire e lucidare manette e collare alla fine di ogni sessione.
Mi sono chiesta se davvero mi mancassero sofferenze ed umiliazioni, dalle quali mai avevo tratto il minimo piacere se non quello puramente intellettuale di soddisfare Madame e di raggiungere e superare i miei limiti. O forse mi mancavano le esperte carezze di Tiziana e mi sentivo improvvisamente insoddisfatta della docilità di Cristina che nel mio letto si prodigava notte dopo notte per rispondere a tutte le mie richieste? Stamattina la avevo fatta inginocchiare davanti a me sotto la doccia e le avevo a lungo pisciato addosso prima di venire contro la sua bocca, quasi soffocandola: quando mi sono finalmente staccata da lei l’ho trovata che sorrideva e mi sono semplicemente sentita chiedere se mi era piaciuto e se aveva fatto tutto bene. Ho improvvisamente sentito dolore e mi sono resa conto che stavo stringendo spasmodicamente in pugno il collare; un gesto e l’ho messo al sicuro in borsetta, assieme alle manette: domani li luciderò e li farò brillare, ho pensato, e mi sono avvicinata alla catena che pendeva lucida dal soffitto. Ho allungato una mano e l’ho appena sfiorata: chissà cosa mi aspettavo, e con mia sorpresa non ho provato niente, non ho ricordato le occasioni in cui mi sono trovata appesa lì, con le mani di Tiziana su di me, quando mi prendeva da dietro, piegata in due, le braccia dolorosamente strappate verso l’alto.
Forse ce l’ho fatta, mi sono detta, sono guarita.

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