913

6 Ott

293px-Solomon_Ajax_and_CassandraMi sembrava di ricordare abbastanza bene i poemi omerici ma avevo spinto il mio scrupolo fino a controllare.
Allora, Cassandra, figlia di Priamo, aveva colpito la fantasia di Apollo; un dio non ti invita a cena, non ti manda mazzi di fiori, non ti regala gioielli, a lei dette il dono della profezia avendone in cambio un molto femminile due di picche. Dio ma anche maschio, si incazzò come un uomo qualsiasi e aggiunse un vendicativo codicillo: nessuno la avrebbe mai creduta.
Così, quella notte, dopo aver invano avvertito i guerrieri di stare in guardia, si rifugiò nel tempio di Atena per mettersi sotto la protezione della dea.
E a questo punto sono entrata in scena io.

 

Il vestitone mi impediva un po’ i movimenti, quindi avevo deciso di restare in piedi davanti all’altare, con le braccia aperte, dando le spalle al salone: quando una voce fuori campo che riconobbi per quella di Pierluigi attirò su di me l’attenzione degli invitati sentii distintamente un brusìo di commenti sostituirsi al disordinato chiacchiericcio degli uomini soddisfatti che aveva riempito il salone, poi un attimo di silenzio rotto immediatamente dal rimbombare di un passo esageratamente pesante; l’occhialuto, o meglio il Grande Aiace, era arrivato: voleva la statua, il Palladio, aveva trovato anche me.
A scuola avevamo una volta, era il primo anno delle superiori, organizzato una recita di beneficenza, e anche a me era toccata una particina; inutile dire che i miei genitori e il fratellone, in prima fila, mi avevano applaudita fino a spellarsi le mani, ma stasera recitavo da professionista e per un altro genere di pubblico.
Mi girai lentamente per fronteggiare l’intruso e con voce per quanto possibile tonante gli intimai di uscire da quel luogo sacro, sotto pena di incorrere nelle ire della dea.
L’occhialuto non mi degnò di una risposta se non per facta concludentia: in due passi mi fu addosso e mi rifilò i due schiaffoni che avevamo concordato, un po’ più forti di quanto mi aspettassi, poi agguantò il mio vestito ed in un lampo me lo strappò di dosso.
Rispettando il canovaccio, urlai e cercai di sfuggirgli arretrando, solo per andare dolorosamente a urtare con le reni contro l’altare: mi sfuggì un lamento molto realistico che venne sovrastato dal grugnito di soddisfazione dell’occhialuto che aveva assurdamente tenuto gli occhiali sul naso.
Ero rimasta nuda come un verme, ma quello era decisamente l’ultimo dei miei problemi: Aiace mi aveva saldamente afferrata per i polsi e stava cercando di allontanarmi dall’altare per stendermi sul pavimento e fare i suoi comodi.
“No”, urlai, “non puoi toccarmi, siamo sotto gli occhi della dea, è un sacrilegio”, e provai a divincolarmi.
L’occhialuto strinse ancora di più la presa e rispose a tono, dimostrando che oltre ai soldi aveva una vasta cultura: “Anche la tua dea verrà trascinata in catene sulle nostre navi”.
Poi mi colse di sorpresa: mi lasciò un polso e quasi caddi all’indietro. Mi teneva ancora per l’altro, però, così tutto quello che mi fu possibile ottenere fu una specie di piroetta che mi portò ad aderire con la schiena al suo corpo; gli bastò dare uno strattone per farmi urlare dal dolore alla spalla.
Per obbligo di copione continuai ad agitarmi, scuotere il capo e a gridare di non farlo se non voleva essere maledetto, e lui per la stessa ragione continuò a grugnire minacce; mi fece voltare per meglio espormi alla vista degli invitati, mi spinse in avanti di qualche passo e infine mi fece inginocchiare e poi sdraiare sul pavimento con più misurata brutalità. Io ovviamente continuai ad urlare come se mi stesse scannando, e urlai ancora più forte quando si sdraiò sopra di me e mi schiaffò il cazzo nel culo con un colpo solo e fino in fondo: una vergine non avrebbe reagito diversamente, ed in effetti mi aveva fatto un po’ male ma non così tanto.
Eravamo messi in modo tale da guardare quasi negli occhi gli ospiti e mentre sussultavo sotto le poderose spinte del mio aggressore mi accorsi che l’interesse del pubblico andava scemando: avevano ricominciato a mangiare, bere e palpare le ancelle.
Se ne rese conto anche Aiace e dopo un istante di riflessione fece la sua mossa: mi lasciò andare.
Devo ammettere che ebbi bisogno di un po’ di tempo per capire cosa volesse da me, poi ci arrivai; mi dibattei con furia, mi divincolai e corsi giù dal palcoscenico senza guardarmi indietro.
Non ci eravamo messi d’accordo ma avevo fatto proprio quello che si aspettava: l’occhialuto mi corse dietro, mi raggiunse, mi afferrò e mi sbatté in terra, stavolta pancia all’aria, nel bel mezzo della platea, mi montò di nuovo sopra e ricominciò a scoparmi con rinnovato vigore sotto il naso di un panciuto signore di mezza età che si rovesciò addosso una intera coppa di vino prima di fissarmi con gli occhi sbarrati.
Decisi che sarebbe stato lui il mio pubblico ed a suo esclusivo beneficio diedi fondo a tutto il repertorio, urlando, lamentandomi, scuotendo il capo e contorcendomi. Con l’effetto collaterale, gradito quant’altri mai, di stimolare Aiace che dopo aver tentato inutilmente di controllarsi, si lasciò andare e venne gridando più forte di me.
Ci eravamo meritato uno scroscio di applausi che si interruppe per un istante e riprese ancora più forte quando ci rimettemmo in piedi ed accennammo un inchino di ringraziamento prima di attraversare tutto il salone tenendoci per mano ed infilare la porta.
Non c’era Pierluigi a porgermi un accappatoio ed io rimasi nuda a ricevere l’abbraccio dell’occhialuto; un abbraccio per una volta privo di implicazioni sessuali, che era semplicemente un modo per ringraziarmi per un lavoro ben fatto.
Restammo lì per un po’, poi lui mi guidò lungo un altro labirintico itinerario fino a raggiungere una saletta che dava da un lato sulla cucina e dall’altro sul salone. Assistemmo da lì all’esibizione di Fabrizia e del pelato, che aveva fatto tesoro della nostra esperienza e trascinò subito la sua partner giù dal palco per godersi, tanto per cominciare, un coniugale pompino appoggiato al bracciolo di un divano.
Fabrizia, prima in ginocchio, poi a cavalcioni del partner, infine a pecora, era bellissima, e l’abito che indossava (e che alla fine era ridotto ad uno straccio, Menelao ad un certo punto lo aveva anche usato per pulire la lama insanguinata della spada) faceva risaltare il colore della sua pelle e valorizzava in qualche modo che mi sfuggiva le sue forme.
L’esibizione aveva riscaldato di nuovo gli ospiti ed anche l’occhialuto, che mi prese una mano e se la portò sull’uccello; lo sentii dignitosamente solido e continuò a crescere tra le mie dita.
“Sicuro di volerlo? E se mi vieni in mano?”, gli chiesi.
“Mi sottovaluti”, mi rispose con un sorriso, “quando loro finiscono sarò pronto per scoparmi Menelao, e voi due starete a guardare, e vi piacerà”.
Diventò una sfida e la persi. Misi in pratica tutti i trucchi che conoscevo e lo massaggiai, accarezzai e titillai in mille modi ma quando il pelato venne con un grido che soffocò i lamenti di Fabrizia l’occhialuto era ancora duro e forte e, mi sembrava, non aveva neanche il polso un po’ accelerato o il fiato un po’ corto.
Si allontanò da me dicendo che gli dovevo una penitenza, baciò galantemente la mano di Fabrizia che ci aveva raggiunti e non mi sembrava tanto salda sulle gambe per poi tagliare la strada al pelato che dette l’impressione di aspettarsi quel genere di accoglienza.
Io abbracciai Fabrizia e la tenni stretta, il pelato disse più o meno che non vedeva l’ora ma che c’era poco tempo e l’occhialuto lo fece mettere faccia al muro e lo inculò con una sola potente spinta.
Fabrizia affondò il capo tra i miei seni e io mi costrinsi a guardare: nonostante tutto, nonostante il ridicolo abbigliamento da eroe miceneo dell’occhialuto mentre il pelato indossava soltanto i calzari ed i “begli schinieri” degli Achei perché Fabrizia lo aveva amorevolmente spogliato nel corso della spettacolare scopata, ebbene sì, era un atto d’amore.
Tanto che alla fine il pelato girò la testa il più possibile, l’occhialuto gli si appoggiò contro ed i due si unirono anche in un bacio, e l’occhialuto venne mentre si baciavano.
“Va tutto bene, rilassati”, dissi a bassa voce a Fabrizia, e poi dedicai ai ricconi un sorriso di complicità. Ma loro si aspettavano qualcosa di più; il pelato si liberò dall’abbraccio e mi fronteggiò mettendo in mostra una mezza erezione.
Molto chiaro; e lì sotto gli occhi sbarrati di Fabrizia e quelli divertiti dell’occhialuto mi inginocchiai disciplinatamente, glielo presi in mano e cominciai a carezzarlo per poi strofinarlo con cautela nel solco tra i seni.
“Abbiamo poco tempo”, disse l’occhialuto porgendomi un preservativo tirato fuori non capii bene da dove, “prendilo in bocca e fallo venire”.
Un pompino ben fatto è come una preparazione di alta cucina, e come non si può mettere fretta al cuoco così bisogna rispettare i tempi della pompinara.
Lo inghiottii con calma, lo sentii crescere ancora sulla lingua fino a riempirmi la bocca e quello fu il momento: con il pelato che si godeva le mie attenzioni avevo il controllo della situazione, leccai, succhiai e infine feci ricorso all’arma totale, gli infilai un dito nel culo e lo sentii sussultare fra le mie labbra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: