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11 Ott

vera_rokinen-Puntualissimo e cortesissimo, Pierluigi bussò alle nostre porte ricordandoci che dopo mezz’ora sarebbe tornato per accompagnarci nella saletta della principessa, qualunque cosa fosse, e ci affrettammo inutilmente verso i bagni; inutilmente perché non dovevamo certo truccarci e vestirci; di comune accordo scendemmo coperte dagli enormi e morbidissimi accappatoi bianchi, una specie di marchio di fabbrica dei ricconi, e mi ero detta che dovevo, una buona volta, trovare il coraggio di chiedere a Pierluigi di regalarmene uno, o almeno di dirmi dove li comprano.

 


Seguimmo il mastro di casa giù per le scale e poi per corridoi e passaggi incomprensibili, altro marchio di fabbrica dei ricconi l’amore per residenze enormi e complicate, rendendoci solo alla fine conto che la nostra guida indossava maglione, pantaloni di fustagno e stivaletti, e quindi era già pronto per il suo lavoro.
“Le signorine sono pregate di mangiare il più possibile, fino a stasera non ci sarà altro”, ed era un breakfast da soldati, caffè, uova, pancetta, e delle strane focacce di patate per la dose di carboidrati.
Dopo averci saziate ci pregò cortesemente di lasciare lì gli accappatoi e di seguirlo: stavolta solo una porta ci divideva dalla destinazione, un cortile interno nel quale era parcheggiata una venerabile jeep che sembrava aver davvero fatto la guerra di Corea, se non addirittura lo sbarco in Normandia.
Quasi inconsciamente, nude come eravamo, ed anche un po’ infreddolite, ci mettemmo sull’attenti mentre Pierluigi ci spiegava le poche regole del gioco.
“Ognuna di voi signorine è adesso una preda, assegnata ad un cacciatore; prego, indossate questi”, che erano dei sottili collari, leggerissimi ma inquietanti perché ci vennero bloccati alla gola con lucchetti a combinazione.
“Lei, signorina, è la preda A”, e questa era per me, “ogni collare manda un segnale univoco che io riceverò per seguire le vostre posizioni”. Una breve pausa, per controllare lo schermo di un enorme telefonino.
“I cacciatori hanno un fucile che spara pallottole coloranti, quando sarete colpite la caccia sarà finita. E adesso per favore, salite a bordo, grazie”.
Notai, e non fui la sola, che Pierluigi aveva detto “quando” e non “se”: non era previsto che sfuggissimo alla nostra sorte.
Pierluigi avviò il motore, verificò che fossimo più o meno comodamente sedute e partì di scatto; attraverso prati e lungo sentieri, viaggiammo per una decina di minuti, e cominciai a sentire freddo: c’era il sole, la giornata era splendida, ma era anche la fine di febbraio.
Finalmente imboccammo uno stretto passaggio tra un piccolo strapiombo ed un torrentello e ci fermammo in mezzo ad una radura, attorno a noi un boschetto di alberelli sottili, palesemente appena piantati, sotto i nostri piedi nudi, una volta scese dalla macchina, erba fresca ed umida. Sembrava tutto finto.
“Avrete mezz’ora di vantaggio da quando vi darò il via, e non vi preoccupate di uscire dalla proprietà, c’è tutto lo spazio di cui avrete bisogno. Siete pronte, signorine? Allora via, in bocca al lupo”.
Pierluigi si allontanò rombando, io mi ero presa qualche istante per riflettere: a questi qui piaceva vincere facile, decisamente, noi eravamo nude, disarmate e radiosegnalate, e per di più non conoscevamo neanche il campo di gioco, loro avevano tutti i vantaggi. Era solo logico che Pierluigi avesse detto quando e non se, a questo punto. Bene, io intendevo vendere cara la pelle.
Nel frattempo, Fabrizia ed Arja erano sparite, partite di corsa verso chissà dove, ma Ilary e Milena erano accanto a me e mi guardavano con aria interrogativa.
“Non restiamo troppo vicine, ma cerchiamo di tenerci a portata di voce”, e mi sembrava di ragionare a voce alta, “siamo ben allenate, via di corsa ma senza esagerare, risparmiamo le energie e così potremo anche riscaldarci”.
Le ragazze annuirono e ci avviamo quasi al trotto, col passo da mezzofondista cui ci eravamo allenate, cercando di badare a dove mettevamo i piedi per non ferirci, su traiettorie leggermente divergenti. Una volta uscite dal boschetto, c’era un ampio prato in leggera pendenza chiuso da un lato da una vigna, spoglia per via della stagione, dall’altro da una macchia di ulivi: in mezzo, un piccolo sperone di roccia.
Mi diressi verso gli ulivi: se non potevo impedire ai cacciatori di sapere dove fossi, almeno potevo nascondermi alla vista.
Mentre avanzavo, mi resi conto che Milena e Ilary erano sparite: per quanto potessi essere in forma, loro avevano la metà dei miei anni, e questa è una cosa che ha sempre il suo peso.
Arrivata tra gli alberi, questi grandi e antichi, mi fermai per riprendere fiato e guardarmi attorno: solo un minuto, per non far raffreddare i muscoli e non farmi gelare addosso il leggero velo di sudore prodotto dallo sforzo fisico, quanto bastava per accorgermi che più avanti c’era una specie di ponticello al di sopra di qualcosa che forse era un canale di irrigazione: bene, magari lì sotto il radiosegnalatore avrebbe funzionato peggio, quello forse era un possibile rifugio.
Dopo gli ulivi, un campo arato, di nuovo spazio aperto. Non avevo modo di valutare il passare del tempo, ma giudicai che avevo ancora qualche minuto prima che iniziasse la caccia, quindi trottai tra i solchi fino a trovarmi davanti un torrentello che scorreva molto incassato tra due sponde di roccia e di argilla; il rumore dell’acqua mi fece improvvisamente venire sete, saltai giù e, incurante del gelo che mi saliva dai piedi, mi chinai per bere. Ovviamente l’acqua era freddissima, la mandai giù a sorsetti e intanto riflettevo. Non mi sembrava una pessima idea seguire questo corso d’acqua, c’era anche posto per passare senza dover tenere i piedi a mollo, e mi sarei trovata in una specie di trincea naturale che mi avrebbe in qualche modo riparata dalla vista; controindicazione, ovviamente, se mi fossi trovato davanti o alle spalle un cacciatore non avrei avuto scampo.
Di nuovo il freddo, non potevo restare ferma troppo a lungo, e mi avviai seguendo la corrente, ogni tanto dandomi una cauta occhiata alle spalle.
Mi sembrò di essere in marcia da una eternità quando mi accorsi che le sponde dell’improvvisata trincea in cui avevo trovato precaria protezione si abbassavano ed il letto del torrente si allargava: ormai non avevo più spazio per marciare senza bagnarmi ed ero allo scoperto fino alle spalle.
Non solo: mi sembrava, in quella campagna deserta, di sentire il rumore di un motore. Mi fermai di nuovo, accovacciandomi per mettermi al riparo, e tesi le orecchie.
Non era il rombo della jeep di Pierluigi, ma qualcosa di più acuto e sibilante, e arrivava da destra. Una rapida occhiata, niente in vista, un nuovo campo arato, un altro vigneto, un altro prato, poi qualcosa entrò nel mio campo visivo e sparì in un attimo.
Mi buttai faccia a terra, nell’acqua gelida, e nonostante tutto mi venne da ridere: un drone, addirittura, questi si prendevano terribilmente sul serio. Mi aveva vista? Non potevo saperlo, ma il rombo stridulo si allontanò rapidamente e si perse nel silenzio che di nuovo mi circondava.

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