919

12 Ott

tumblr_mm6qd6Rvpg1qzeqpuo1_1280Mi rialzai, fradicia ed ancora più infreddolita, e mi sottoposi ad una rapida ispezione: ero ridotta ad una statua di fango, ed avevo qualche taglio sulle caviglie, ma per fortuna i piedi erano intatti ed i muscoli reggevano ancora.
Di una cosa ero certa, non potevo restare lì.

 

Mi tornarono in mente i racconti di papà, che si era trovato, lui intellettuale della Magna Grecia, dopo la laurea, a fare il servizio militare, obbligatorio e solo maschile ai suoi tempi, in una unità di élite. Se ne fece una ragione, conobbe persone che non avrebbe mai incontrato in condizioni normali, ed apprese qualcosa sulla tattica spicciola, tanto da apprezzare ancora di più i film di guerra ben fatti.
Breve, spiegava che sul campo di battaglia il fante doveva scattare brevemente e mettersi poi subito al riparo: decisi di seguire i suoi lontani consigli, e l’unico posto dove potevo trovare qualche riparo era in mezzo ai solchi.
Battendo i denti schizzai fuori, corsi a tutta velocità per un centinaio di metri e poi mi buttai a terra tra due avvallamenti; ripetei l’operazione altre due o tre volte e mi fermai sul margine del campo, sdraiata per terra, col fiato corto e sempre più sporca.
Una cosa papà non mi aveva detto: la prospettiva delle formiche ti limita il campo visivo. Sapevo che c’era il vigneto da una parte, il prato dall’altra, ma davanti a me ora vedevo solo una collinetta erbosa che mi sembrava altissima ma che molto probabilmente non era niente di più che una piccola gobba sul terreno e chissà cosa c’era dietro.
Stavolta mi tocca il passo del leopardo, pensai, e strisciai molto lentamente fino alla sommità, arrischiandomi poi ad alzare pian piano la testa (“Ricordati”, mi suggeriva la voce di papà, “che colpisce molto più l’attenzione il movimento della pura e semplice presenza fisica, quindi quando ti devi arrischiare a scoprirti fallo molto lentamente”); un altro prato, un sentiero ed una piccola costruzione diroccata, e mi sembrò più che opportuno girare al largo.
Tenendomi sempre a stretto contatto col terreno mi diressi verso il vigneto, china in due ne seguii i filari e di nuovo mi trovai davanti un ruscello, che scorreva un metro e mezzo circa sotto di me: la riva opposta era piatta, e più in là riuscii a vedere, non troppo lontano, il castello dal quale eravamo partite non avrei saputo dire quanto tempo prima.
Vidi anche, con minore entusiasmo, qualcuno che avanzava seguendo il corso d’acqua sull’altra sponda, veniva dal castello e si dirigeva verso il rudere che mi ero lasciata alle spalle. Mi schiacciai di nuovo sul terreno ed arretrai di qualche centimetro; non potevo sapere chi stesse cercando, ma in ogni caso io avevo trovato lui: basta correre e nascondersi, era il momento di attaccare.
Ma come? Man mano che si avvicinava vedevo meglio: indossava un baschetto blu e una specie di tuta mimetica grigioazzurra, e portava in spalla, appeso ad una cinghia di cuoio, un fucile dall’aspetto minaccioso.
Ogni qualche passo, lo vedevo controllare nervosamente l’orologio; o meglio, si guardava il polso sinistro ma non credevo che avesse tutto quel bisogno di sapere l’ora. Molto probabilmente portava il ricevitore dei segnali emessi da uno dei nostri collari e stava cercando la strada.
Cercando di respirare il più silenziosamente possibile, provai ad abbozzare un piano di battaglia. Lo avevo riconosciuto, era il trentenne che la sera prima, una vita fa, mi stava seduto davanti, che sembrava in ottima forma e che pesava probabilmente venti chili più di me. Escluso il corpo a corpo, avrei dovuto prenderlo di sorpresa.
Ad ogni passo si avvicinava ma non puntava su di me, stava seguendo un percorso leggermente obliquo che lo avrebbe portato a passare ad almeno una decina di metri dal mio nascondiglio; non era una buona notizia, avrei dovuto inventarmi qualcosa.
Mentre mi spremevo le meningi il cacciatore decise di venirmi in aiuto: si fermò, guardò ancora quella cosa che portava al polso e fece qualche passo indietro. Mi si stava avvicinando, insomma, dandomi le spalle, e mostrando un lucido paio di manette che portava appese al cinturone di canapa che gli stringeva ai fianchi la giacca della tenuta da combattimento.
Probabilmente stava cercando di trovare la posizione più adatta per capire la direzione da prendere interpretando al meglio il segnale. Bene, non gliene avrei lasciato il tempo.
Un altro passo e si trovò proprio sotto di me: al diavolo i piani, mi preparai a saltargli addosso.
Probabilmente feci rumore, o sentì il mio respiro, e si voltò di scatto, inciampò da qualche parte sul greto del torrente e si ritrovò a quattro zampe, sulle mani e sulle ginocchia. Così mi trovai a cadere con tutto il mio peso sulla schiena del mio avversario quasi senza volerlo, lo schiacciai con la faccia in quel dito d’acqua e mentre tossiva e sputacchiava gli strappai il fucile.
Lungi da me volergli sparare, e d’altronde non avrei saputo da che parte cominciare: mi limitai ad appoggiargli il calcio dell’arma sulla nuca ed a premere non troppo delicatamente.
“Mi arrendo, mi arrendo”, farfugliò il cacciatore, “sto affogando, basta”.
Decisamente questo tizio era troppo delicato per la caccia alla donna, che è indubbiamente l’animale più pericoloso sulla faccia della terra; gli ordinai di mettere le mani dietro la schiena e lo ammanettai. Dopo un attimo di riflessione mi impossessai dei suoi stivaletti ed anche dei pantaloni, che infilai con una certa soddisfazione. Le scarpe mi andavano larghe nonostante avessi stretto il più possibile i lacci, i pantaloni mi cascavano da tutte le parti e insomma, rischiavo di inciampare ad ogni passo ma non ce la facevo più ad andare in giro nuda.
Mi chinai di nuovo su di lui per chiedergli chi fosse la sua preda.
“La negretta, ma tu da dove sbuchi?”, rispose come se la mia fosse stata una domanda stupida; evidentemente non sapeva che a noi non avevano detto chi sarebbe stato il nostro cacciatore.
“Ne ho almeno un altro da sistemare, tu non muoverti di qui”, gli dissi togliendogli quello strano aggeggio dal polso e poi anche le mutande, che appallottolai e gli infilai in bocca: stesse un po’ lui col culo al vento, adesso.
Io avevo ancora un cacciatore sulle mie tracce, ma avrei potuto farmi aiutare da Fabrizia: non mi restava che trovarla.

Annunci

Una Risposta to “919”

  1. baffobp ottobre 13, 2014 a 9:38 am #

    Mi piace questa evoluzione della storia, brava, una combattente nata!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: