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13 Ott

shibariChi si esalta sarà umiliato: quella sarebbe rimasta la mia sola vittoria. Incespicando e trascinando gli enormi scarponi seguii la traccia del collare di Fabrizia sul ricevitore da polso e sì, era stata abbastanza stupida da nascondersi nella casa colonica diroccata ma abbastanza furba da muoversi in continuazione lì attorno, e per questo il suo cacciatore non riusciva a capire bene dove fosse.
Avevo abbassato la guardia, ecco il problema: tanto che mi accorsi del drone sono quando il ronzio da calabrone incazzato era diventato fortissimo: mi gettai a terra, ma era troppo tardi, sicuramente mi aveva inquadrata e trasmesso le immagini a Pierluigi, e questi al cacciatore.


Mi dissi che le cose erano cambiate, non ero più nuda ed inerme, ma sapevo che era una bugia consolatoria e niente di più. Una volta sparito il drone cambiai completamente direzione puntando verso una macchia di fitto sottobosco ed avanzando ancora più a fatica su un sentiero fangoso: la mia destinazione era adesso sulla mia destra, contavo di raggiungerla tenendomi al riparo di una lunga fila di siepi che erano sì abbastanza spoglie ma sufficientemente fitte da nascondermi almeno in parte.
Erano anche particolarmente fitte di spine: arrivata dall’altra parte sanguinavo da una decina di tagli superficiali ed avevo esaurito i santi del paradiso da invocare; non solo, la siepe faceva una curva che mi allontanava dalla mia destinazione. Per fortuna non c’era nessuno, e qualche decina di metri più in là si stagliava un filare di cipressi. Mi sentivo ragionevolmente protetta e cercai di allungare il passo, impugnando quel pesantissimo fucile che mi sembrava simile ai Garand usati in Corea ma che non sarei stata in grado di usare neanche ne fosse andata della mia vita.
Nonostante i pantaloni e le scarpe cominciavo a sentire davvero freddo, avevo di nuovo sete ed anche fame: stavo rimpiangendo di non aver mangiato qualche fetta di pancetta in più quando sentii di nuovo il rumore del drone. Mi sembrava fosse dall’altra parte della siepe e si avvicinava rapidamente. Puntai verso i cipressi e girandomi vidi con la coda dell’occhio una figura in grigioverde a pochi metri da me: provai a correre, inciampai, ripresi l’equilibrio e poi sentii una gran botta in mezzo alla schiena e caddi faccia a terra urlando di rabbia e di dolore, il mio cacciatore mi aveva trovata e fottuta per bene.
Ed era un vecchio amico, il pelato, che mi mise sul collo la suola del suo scarpone e mi ordinò di non muovermi e di mettere le mani dietro la schiena.
“Non dovrebbe essercene bisogno, conosci le regole, ma mi sembra che secondo le regole tu non giochi mai. Dove hai trovato questa roba?”, mi chiese chinandosi per ammanettarmi.
Non gli avrei dato di nuovo la soddisfazione di vedermi piangere, controllai la voce e risposi con una calma che non sentivo: “Ho preso il cacciatore di Fabrizia”.
“Sospettavo che fosse un coglione, in effetti”, mi rispose, poi sentii il rombo della jeep e l’ordine del pelato: “Resta con la faccia a terra, da brava, Pierluigi deve toglierti i pantaloni, si è mai vista una preda vestita”?
Così mi ritrovai di nuova nuda, ammanettata e stesa nel fango: il sogno di molti uomini vedere una donna in queste condizioni, anche se mi sembrò di sentire Pierluigi che mi chiedeva scusa mentre mi spogliava di nuovo.
“Aiutami a caricarla sulla jeep e vai a recuperare quel cretino di Lapo, lei ti spiegherà dove lo ha lasciato: io ho un’altra preda di cui occuparmi”, ordinò il pelato.
“Non ce n’è bisogno, ho visto il signorino col drone”, rispose Pierluigi, e davvero non credevo alle mie orecchie, aveva davvero detto “signorino”.
“Non mi va di lasciarla da sola, chissà che altro potrebbe combinare. Libera il signorino e poi riportami qui la preda. E fagli rimettere i pantaloni, mi sa che Lapo se ne sta lì col culo nudo, la conosco questa, non fossi frocio la sposerei”.
“Sì signore”. Pierluigi era sempre l’impeccabile maggiordomo. “Se la signorina vuole alzarsi, per favore, posso aiutarla io”.
Sentii il peso dello sguardo del pelato.
“Ho sparato da troppo vicino, temo, devo averle fatto un po’ male”.
Pierluigi mi tirò in piedi senza sforzo apparente e mi passò una mano leggera sulla schiena.
“No, signore, è solo la vernice rossa, la signorina non è ferita”.
“Un momento”, dissi. Avrei voluto avere un tono sicuro, venne fuori una specie di rantolo.
“Cosa vuoi?”, mi chiese il pelato.
“Quell’uomo è la mia preda, non puoi liberarlo”.
Ero lì dove mi avevano gettata, sdraiata a pancia sotto sul cofano della jeep, sporca, legata e sconfitta: non ero precisamente autorevole, ma avevo posto un problema.
Mi sembrò si consultassero per qualche minuto, alla fine il pelato emise il suo verdetto: “Ti pagherà un riscatto e se ne tornerà a casa, per lui il week end finisce qui. A proposito, gli altri sono a posto”?
“Sì signore, la aspettano al punto di ritrovo con le loro prede”.
“Allora devo sbrigarmi, e anche tu”.
“Sì signore. La signorina deve restare lì, signore”?
“Meglio che la tieni sotto controllo, non vorrai averla alle spalle, mi auguro”.

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