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14 Ott

170025708-511df929-4d89-418d-a9c2-94f388488736Quello che venne dopo fu molto meno spettacolare. Per prima cosa Pierluigi liberò Lapo, che trovò singhiozzante e disperato, e gli riferì la sentenza del pelato. Non mi sembrò entusiasta, il cacciatore fallito, ma era sufficientemente contento di essere di nuovo in piedi, libero e soprattutto vestito.
“Davvero non posso scoparla?”, chiese poi a voce bassa, una volta recuperata la propria dignità.
“Il signore dice che non lo ha meritato. E dice anche che il suo riscatto sarà di cinquantamila euro: in realtà, signorino, dovrebbe essere la signorina a scopare lei”. E questo mise fine alle proteste.

 


Poi mi riportò lì dove ero stata catturata e quando finalmente mi rimisi in piedi vidi che il pelato era in posa, con Fabrizia sdraiata ai suoi piedi: era infangata come e più di me, ammanettata, ma sembrava in ottime condizioni, comunque stava meglio di me, almeno non le aveva sparato.
Il pelato ci fece camminare, così come eravamo, per almeno un quarto d’ora, fino ad una spettacolare cascatella che alimentava un laghetto; sulle sponde c’erano gli altri cacciatori e le altre prede: l’occhialuto non aveva voluto aspettare e stava scopando Arja da dietro, dopo averla spinta contro un albero. Da un canto, i due eleganti quarantenni tenevano blandamente d’occhio, con i fucili nell’incavo del gomito , Milena ed Ilary, che esibivano grosse macchie verdi e blu sul petto ed una espressione sconfortata, ma avevano le mani libere.
Il nostro arrivo non distrasse l’occhialuto ma destò l’interesse degli altri cacciatori, cui il pelato raccontò sorridendo quello che avevo combinato, concludendo con una affermazione che mi colpì: i suoi amici che si dedicavano da anni a questo sport, disse, gli avevano detto e ripetuto che mai una preda era riuscita a sopraffare un cacciatore.
“Per questo la mia vittoria è ancora più gradevole”, concluse.
I quarantenni, infagottati nelle mimetiche grigioverdi, mi guardarono con nuovo interesse, e uno disse che capiva perché mi avevano ammanettata; io non mi sentivo particolarmente eroica: dopo essermi quasi arrostita sul cofano rovente della jeep ero nuovamente infreddolita, anche perché il tempo era cambiato, grossi nuvoloni neri avevano riempito il cielo e insomma, sembrava essere pronto a scatenarsi un bel diluvio.
“Bene, ma adesso possiamo rispettare anche noi le regole”, fece l’occhialuto proprio mentre l’occhialuto concludeva con Arja, lanciando un ruggito che risuonò selvaggio e trionfale.
Mi tolse le manette, poi da non saprei dire dove comparvero delle lunghe catene con le quali unirono i nostri collari: noi prede ci ritrovammo in fila, davanti a me Milena, alle mie spalle Fabrizia che sentivo sibilare insulti e maledizioni ed era l’unica rimasta con i polsi ammanettati dietro la schiena.
I cacciatori ci scortarono di buon passo per un sentiero in terra battuta: camminammo per un bel po’, tremando ed inciampando, rallentate da Fabrizia che aveva difficoltà a tenere il nostro ritmo. Tra di loro si scambiavano battute, un quarantenne si vantava di aver colpito “la rossa” da quasi cento metri di distanza e vidi che Milena scuoteva la testa ma ebbe il buonsenso di tacere, l’altro ridendo disse che a Lapo, tra biglietto d’ingresso e riscatto, una notte al castello era costata centomila euro, un po’ caro.
Insomma, pelato e occhialuto, da quello che mi sembrò di capire, avevano organizzato questa caccia e si erano fatti pagare. Non solo, se tanto mi dava tanto, ci avevano addirittura guadagnato. Peccato che non fossero state giudicate adatte: ero certa che per ventimila euro Andrea e Chicca si sarebbero lasciate cacciare per tutta l’eternità.
Con le gambe che mi si piegavano sotto per la fatica, la schiena ancora dolente per l’impatto del proiettile colorante ed i piedi talmente freddi da quasi non sentire più il dolore, arrivammo al castello mentre cadevano le prime gocce di pioggia. Eravamo state condotte ad un ingresso secondario, davanti al quale ci aspettava Pierluigi, ancora in tenuta da campagna, cui venimmo affidate mentre i cacciatori si riparavano rapidamente all’interno.
A noi non fu consentito: Pierluigi, che aveva aggiunto al suo abbigliamento un cappellino a visiera, ci tenne lì finché non cominciò davvero a diluviare e solo allora ci ordinò di precederlo attraverso un basso portoncino.
Fradice come eravamo, a rischio di scivolare, scendemmo una rampa di gradini e ci trovammo in un seminterrato crudamente illuminato da forti lampade a luce bianca: c’era una teoria di grandi vasche, tutte incassate nel pavimento in terra battuta e anzi, più che vasche sembravano cisterne. Faceva un caldo umido, quasi soffocante, e c’era un forte odore di cloro.
Pierluigi ci ordinò di fermarci, di allargare le gambe e mettere le mani sopra la testa: obbedito che avemmo, ci si avvicinò e fece qualcosa sui collari, uno dopo l’altro. No, non li sganciò, e ci misi un po’ a capire che stava togliendo i radiosegnalatori.
“Le signorine possono entrare nella prima vasca, grazie”, ci disse poi.
“Potresti almeno slegarmi, bastardo”, fu la risposta di Fabrizia.
Il mastro di casa si mosse come un lampo, tanto che io, a due passi, feci in tempo a cogliere solo la parte finale del suo gesto, con Fabrizia che si chinava in avanti urlando e facendomi quasi cadere, e lui che teneva negligentemente tra due dita un corto manganello.
“La signorina è pregata di non parlare se non è interrogata”, ed ero certa che si stesse divertendo tantissimo.

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