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19 Ott

the-glass-sparrowNon ebbi il tempo di approfondire.
Milena si era sbagliata, non “arrivano” ma “arriva”, Pierluigi da solo, con il suo solito passo tranquillo da maggiordomo, ma ancora vestito da campagna, e puntò su di me; anzi, su di noi, perché io ero indissolubilmente legata a Fabrizia, e non da quelle catene ma dall’essere stata preda dello stesso cacciatore.

 


Guidate da Pierluigi che teneva in pugno le catene, barcollando ed ondeggiando, raggiungemmo la nostra destinazione; un’elegante stanza da letto dove ci aspettava il pelato, che si era cambiato ed indossava uno smoking che gli stava a pennello.
Sempre cortesissimo, ringraziò Pierluigi che gli porse con un inchino le catene con le quali ci trascinava e quando rimanemmo soli scoppiò a ridere.
“Dopo tutto quello che ti ho fatto hai ancora la testa alta e gli occhi fieri, non riesco a capire come faccio a portarti al tuo limite”, disse, ignorando Fabrizia che respirava pesantemente e stava palesemente per scoppiare in lacrime.
“Stasera cena formale, ma prima mi servirai come sai fare tu: lei potrà stare a guardare”.
Fabrizia non ce la fece più e scoppiò in lacrime. Basta, preda, prigioniera, tutto quello che volete, ma questo non potevo lasciarlo passare.
“Dalle da bere e toglile le manette, risponderò per lei”.
Il pelato quasi si piegò in due dalle risate.
“Risponderai tu per cosa?”, chiese quando riuscì a riprendere il controllo del suo respiro.
“Potrebbe scappare. E allora non dovrai inseguirla, ma potrai direttamente punire me”.
Incredibilmente, Fabrizia disse la cosa sbagliata nel momento sbagliato: “Non scapperò”.
E la tensione precipitò a zero, il pelato smise di ridere e la guardò con un mezzo sorriso cattivo che non gli avevo mai visto, neanche quando mi pisciavano addosso nelle segrete del palazzotto di Roma.
“Certo che non scapperai, non ne dubito. Solo che vedi, le chiavi le ha Pierluigi, che adesso ha da fare, quindi mettiti comoda intanto che io mi scopo la tua amica”. Dette uno strattone alla catena e la fece quasi cadere in terra.
“In ginocchio”, riprese, “qui ai piedi del letto”.
Fabrizia obbedì a fatica e si ritrovò incatenata ad una colonnina, mi rivolse un’occhiata come per chiedermi scusa e raddrizzò a fatica le spalle; il pelato non la aveva nemmeno toccata, e adesso era il mio turno.
Dette uno strattone alla mia catena e mi costrinse ad inginocchiarmi davanti a lui.
“Qui, comincia a darti da fare: tiramelo fuori”.
“Vuoi un pompino come l’altra volta? Scordatelo, se non la liberi e non le dai da bere non ti toccherò neanche con un dito”.
Altro strattone alla catena, che quasi mi fece cadere a terra.
“Sei la mia preda, le regole dicono che devi fare tutto quello che voglio”.
“Le regole dicono anche che puoi far soffrire una tua prigioniera, e che puoi portarmi via la mia, di preda?”, replicai; un angolino del cervello mi suggeriva di lasciar perdere, Fabrizia non ne sarebbe morta ed io mi stavo esponendo a chissà che cosa, ma ne avevo passate tante, avrei potuto sopportare anche questa.
Improvvisamente, il pelato scoppiò di nuovo a ridere: una risata cordiale, stavolta, del tutto priva di malizia o di cattiveria.
“Riesci sempre a fare più di quello che mi aspetto da te. Ascolta, davvero non ho le chiavi delle manette, ma le posso dare da bere; affare fatto?”, chiese.
Io feci segno di sì, il pelato mi disse di non muovermi, mollò la catena e aprì uno sportello che rivelò un piccolo frigorifero.
“Le darò da bere io, tu resta ferma e metti le mani sulla testa, ormai dovresti avere imparato”.
Bicchiere, bottiglia, e Fabrizia si dissetò a piccoli sorsi; bevendo teneva gli occhi fissi su di me, come per dirmi che mi era debitrice.
“Basta, un altro bicchiere dopo, altrimenti le fa male. E adesso tocca a te rispettare i patti”.

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