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20 Ott

pornostar crocifissa nuda setta chiesa cattolicaIl pelato fu così soddisfatto da offrire da bere anche a me, e addirittura da lasciarci usare il bagno. Certo, volle restare a guardare mentre pisciavano e pretese che ci pulissimo reciprocamente con la lingua, ma era qualcosa che potevo sopportare,

 

così come Fabrizia, che riuscì anche a farmi capire che, insomma, non stava poi tanto male e che era pronta ad affrontare la cena formale, qualunque cosa fosse.
Ci lasciammo portare dal pelato giù per una scalinata, poi su per un’altra, e infine percorremmo un largo corridoio tutto specchi e stucchi fino ad una doppia porta ricoperta di stoffa rossa davanti alla quale stava impalato Pierluigi, stavolta in un impeccabile tight.
Pierluigi si inchinò profondamente, spalancò la porta ed annunciò con voce stentorea: “Cacciatore con preda e prigioniera”, e noi entrammo, con il pelato che teneva le catene un po’ più mollemente per consentirci di camminare tenendo la testa alta e le spalle dritte.
Dunque, il salone era grande ma non grandissimo, arredato con lo stesso stile del corridoio; al centro una tavola apparecchiata e lungo le pareti, a rovinare un po’ l’effetto, cinque croci latine, a due delle quali erano già legate Arja e Milena, che non sembravano per niente a proprio agio. Da un angolo sistemato come un salottino, con vezzose poltroncine, l’occhialuto ed uno dei quarantenni, anche loro impeccabili in farfallino e giacca nera, applaudirono prima di alzarsi e venirci incontro.
Alle nostre spalle si materializzò Pierluigi, cui fummo affidate intanto che il pelato si accomodava e si versava l’aperitivo in una coppetta; a noi andò peggio.
Senza brutalità ma con decisione fummo crocifisse accanto alle altre ragazze e mi resi subito conto che la croce di Sant’Andrea cui ero abituata, al confronto, sembrava un letto di piume: i polsi ammanettati all’estremità del braccio orizzontale costringevano le spalle in una postura innaturale, i piedi erano liberi ma io riuscivo a toccare terra solo con le punte e dovevo tenere il busto inarcato, e insomma immediatamente tutti i muscoli del mio corpo, anche quelli che non sapevo di avere, cominciarono a dolermi. Fabrizia per un attimo si godette il piacere di non essere più ammanettata dietro la schiena, ma la sentii subito dopo emettere un lamento; la capivo, lei era più bassa di me, doveva sentirsi ancora più scomoda. Di noi, l’unica che era abbastanza alta per limitare i danni era Milena.
Pierluigi annunciò l’ultimo cacciatore con la sua preda, e accanto a me venne rapidamente legata Ilary; cercò di dirmi qualcosa e si prese, anche lei, un colpo di sfollagente da Pierluigi, proprio sul fianco, che le mozzò il respiro.
“La signorina è pregata di non parlare se non è interrogata”, disse anche a lei Pierluigi, le medesime parole rivolte a Fabrizia.
Peccato per lui, aveva picchiato le due ragazze più incazzose e vendicative del gruppo, che non avrebbero trovato pace finché non gliela avessero fatta pagare.
Ma non subito, o almeno non quella sera.
Come nella sala medievale, assistemmo alla cena dei cacciatori, davvero raffinata stavolta, ed i profumi mi fecero ricordare che ero praticamente digiuna dal mattino e che avevo svolto parecchia attività fisica: un nuovo motivo di sofferenza si aggiunse ai dolori alle spalle, alla schiena e più o meno a tutte le altre parti del corpo.
I cacciatori non si negarono niente, neanche il porto ed il sigaro, e per tutto il tempo noi aspettammo; decisamente un ottimo modo per farci capire chi comandasse, e per renderci docili: saremmo state caninamente riconoscenti a chi ci avesse slegate e dato qualcosa da mangiare, e lo sapevano benissimo.
Tanto bene che, dopo un ultimo giro di porto, non fu Pierluigi a toglierci dalle croci, ma ci pensarono i cacciatori stessi. Per primo l’occhialuto, che fece inginocchiare Arja accanto a sé, poi tutti gli altri. Fabrizia ed io fummo le ultime, e tutti assieme, cacciatori e prede, formavamo davvero un bel quadretto.
Guidato da una regia impeccabile arrivò di nuovo Pierluigi spingendo il carrello che aveva utilizzato per servire la cena; c’erano dei piatti, sopra, che consegnò ai cacciatori, e sparì di nuovo, con una lentezza che mi sembrò insopportabile. Solo allora il pelato ne prese uno e lo porse a Fabrizia che mi sembrò colta di sorpresa, lo prese con mani un po’ tremanti e trovò la forza di ringraziare e di chiamarlo “signore”, avendone in cambio un gesto di incoraggiamento. Mi aspettavo che il secondo toccasse a me, ma fui l’ultima, una piccola punizione per la mia alzata di scudi nella sua stanza, a poter mangiare con le mani quello che mi sembrò uno spezzatino un po’ sciapo, quasi dolciastro, ma tenerissimo.
Mi sembrò di finirlo in un lampo e davvero avrei fatto qualsiasi cosa per un altro boccone: e soprattutto l’avrei fatta volentieri, non perché obbligata dal mio mestiere di puttana e dal mio ruolo di preda, ma per riconoscenza.
Avemmo anche un bicchiere d’acqua, ed anche per quello ringraziammo: avevano raggiunto il loro scopo, stanotte e l’indomani avremmo compiaciuto i cacciatori a puntino; se ne erano accorti, vidi che si scambiarono sguardi d’intesa e piccoli sorrisi di soddisfazione.
Il pelato mi fece una carezza quasi affettuosa sui capelli, ne riservò un’altra a Fabrizia e dichiarò che era stata una lunga giornata e che era ora di andare a riposare e godersi il meritato premio alla fatiche della caccia, e dette il buon esempio alzandosi e portandoci via, sotto gli occhi ammirati degli altri cacciatori. Le nostre catene tintinnavano quasi gioiosamente, e almeno noi due sapevamo che ci aspettava qualcosa che ci era più che familiare.

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