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22 Ott

clip_image052_thumbMi risvegliai di soprassalto, sgranando gli occhi. Qualcuno aveva finalmente abbassato le luci, faceva freddo e avevo bisogno di andare in bagno; e accanto a me Pierluigi, vestito di tutto punto come la mattina precedente, stava scopando Fabrizia da dietro, tenendola schiacciata a terra con tutto il suo peso.

 


Si accorse che lo stavo guardando e si girò per restituirmi un’occhiata gelida: non era un cacciatore ma era comunque un uomo, quindi razza dominante in questa fettina di universo così accuratamente ricostruita; io mi rifiutai di rendergli le cose semplici e restai a fissarlo fino a che non finì: Fabrizia rimaneva giù come una bambola di pezza, lui spingeva e spingeva e alla fine venne quasi con un sospiro, si rialzò, si voltò e proprio ad un palmo da me si tolse con calma il preservativo, si pulì con un fazzolettino, rimise l’uccello nei pantaloni e cominciò ad urlare.
“Sveglia, sveglia, ora di alzarsi, via le coperte”.
Quando avemmo tutte obbedito ci impartì le successive istruzioni: “Quando vi libererò dalla catene vi voglio tutte in piedi, gambe larghe e mani sulla testa, nel vostro angolo, e non vi muoverete senza un mio ordine”.
Si prese tutto il tempo che voleva tenendoci lì in piedi, al freddo, poi urlò di nuovo: “Cinque minuti alla latrina, e lavatevi bene, i signori non vogliono che le loro prede puzzino: avanti, di corsa”.
E corremmo, non so se per obbedienza o per necessità, e per fortuna il tempo concessoci fu più che sufficiente; sotto gli occhi soddisfatti di Pierluigi ci scaricammo e poi cercammo di lavarci al meglio, con l’acqua gelata che veniva a spruzzi dai rubinetti e passandoci un pezzo di sapone da bucato che, ero pronta a giurarlo, la sera prima – o avrei dovuto dire la notte – non c’era.
“Molto bene”.
Pierluigi aveva indossato la maschera da sottufficiale istruttore dei Marines e gli stava a pennello.
“In riga, fronte a me, in posizione”.
Capimmo che ci voleva ancora a gambe larghe e con le mani sulla testa, una specie di marchio di fabbrica di quell’assurdo mondo in cui gli uomini dominavano ancora di più che in quello vero. Azzardai a dare un’occhiata a Milena e ne ebbi in premio una bastonata sul culo: ancora una volta il manganello di Pierluigi era comparso dal nulla, aveva colpito ed era sparito.
“Quando dico di stare ferme, dovete stare ferme”.
Faceva male; Pierluigi ci osservò ancora per un lunghissimo istante, poi ci fece marciare fuori di lì, in fila e tenendo il passo, attraverso tutto il nostro squallido dormitorio e poi fuori, di nuovo fino al cortile. Sbucammo sull’acciottolato gelido e bagnato: era molto buio, pioveva e faceva ancora più freddo.
“Avete bisogno di scaldarvi, adesso facciamo una bella corsetta”.
E corremmo, in tondo sotto la pioggia, finché avemmo fiato e gambe e poi ancora un po’ di più, e mi sembrò di vedere che al caldo, dietro le finestre del piano nobile, i cacciatori ci osservavano mentre facevano colazione.
“Adesso siete quasi pronte per fare colazione”, urlò quando finalmente ci concesse di fermarci in mezzo al cortile, sotto la pioggia che aumentava di intensità e noi eravamo di nuovo “in posizione”.
Prima avevamo ancora qualcosa da fare: su per le scale, in ginocchio in una saletta buia e fredda, che venne riempita dai cacciatori entrati non capii da dove, ma allegri e già con gli uccelli fuori dai pantaloni. Una versione particolarmente complicata del pompino del buongiorno, insomma, e quando il pelato mi venne in faccia, dopo aver alternato la bocca di Fabrizia alla mia, ebbi addirittura paura che solo quella sarebbe stata la mia colazione, e nient’altro.
Invece mi sbagliavo: in quella stessa saletta Pierluigi portò con un cigolante carrello da supermercato un bidoncino dal quale spillò per ognuna di noi una gavetta – proprio così – di caffè pallido, tiepido e dolciastro, e poi la giornata cominciò davvero.

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