931

24 Ott

Luc_Olivier_Merson_(French,1846-1920)L’ordine di partenza avrebbe seguito quello della cattura, per prima Arja, per ultima Fabrizia; a scanso di polemiche, come disse l’occhialuto, ai nostri collari vennero di nuovo agganciati i radiosegnalatori, e probabilmente nel castello Pierluigi stava maneggiando qualche complicato meccanismo, ma lì c’erano i cacciatori che si frugarono in tasca ed estrassero dei grossi cronometri dall’aspetto professionale per seguirci in diretta.
Sì, perché ognuno di loro aveva dovuto puntare sulla sua preda, e nonostante le proteste degli altri il pelato aveva puntato sia su di me che su Fabrizia,

 

raddoppiando le sue possibilità di vittoria. Costretta a farlo, io avrei giocato i miei ultimi spiccioli su Milena e sulle sue lunghe gambe, ma in nessun caso intendevo dargliela vinta troppo facilmente.
Tra l’altro, Milena sarebbe partita subito prima di me, e decisi che avrei fatto la mia corsa su di lei: con un minuto di svantaggio probabilmente avrei potuto tenerla d’occhio e cercare di regolare il mio passo sul suo.
Non avevamo avuto il permesso di muoverci, eravamo ancora “in posizione”, ed io cominciai a contrarre ritmicamente i muscoli dei polpacci, l’unica forma di riscaldamento che potessi praticare, utile anche a combattere il freddo che mi stava quasi facendo urlare, salendomi dai piedi piantati nella fanghiglia ghiacciata e scendendo dalla schiena battuta dalla pioggia.
L’occhialuto esibì fieramente una pistola da starter e la passò al pelato che la allontanò con un gesto e disse qualcosa come lascia stare, non ci sono cinque colpi, daremo il via a voce. Mortificato, l’occhialuto la fece sparire prima di prendere Arja per il collare e di portarla sulla linea di partenza. Per un attimo la vidi bene in faccia e mi sembrò letteralmente terrorizzata, e mi chiesi in quale maledetto casino la avessi fatta finire, poi mi dissi che io ero nella sua stessa condizione, e poi non mi dissi più niente perché il pelato urlò “via” e Arja schizzò in avanti come se avesse dovuto battere Bolt sui cento metri.
Uno dei quarantenni abbracciò Ilary quasi affettuosamente e la accompagnò sulla linea di partenza, poi fu la volta di Milena, e finalmente arrivò il mio turno. Intanto le ragazze avevano già completato un giro e Milena aveva raggiunto Ilary e stava faticando per trovare un punto in cui sorpassarla. Con mia sorpresa Arja continuava a correre come una dannata e stava approfittando dei problemi di Milena.
Niente da fare, avrei dovuto correre al mio passo e basta. Prima di darmi il via il pelato mi accarezzò il culo ma ritirò subito la mano: immaginai che lo avesse trovato troppo freddo e fradicio per dargli qualche soddisfazione, poi presi un profondo respiro e al via scattai. Cercavo il mio consueto passo, ma su quella pista fangosa barcollavo un po’, e mi servì un po’ per prendere il ritmo, e a quel punto non mi restò che correre, senza pensare ad altro: tutto il mio corpo era nella falcata, tutto il mio cervello nell’impatto del piede col suolo che mi avvisava di preparare l’altro piede.
Ci misi più di quanto mi aspettassi, ma ad un certo punto raggiunsi Ilary, che era stata sorpassata da Milena, ed ebbi anche la fortuna di farlo in un tratto che mi consentì di superarla senza perdere il passo. Provai ad accelerare e mi accorsi che se muscoli e polmoni tenevano, l’equilibrio diventava problematico; era un rischio che dovevo correre.
Vedete, in una vera gara ad inseguimento, l’atleta può contare sulle indicazioni che gli arrivano dal bordo della pista e viene tenuto a conoscenza costantemente della situazione. I cacciatori si guardarono bene dall’informarci, evidentemente faceva parte del divertimento tenerci all’oscuro di tutto. Io sapevo solo che avevo due minuti di vantaggio su Ilary, che adesso sentivo ansimare alle mie spalle. Non ero stata raggiunta da Fabrizia e non avevo raggiunto Milena o meno che mai Arja, e in realtà avevo appena perso il conto, avevo fatto cinque giri o sei?
Accelerai ancora, mi lasciai Ilary alle spalle e per poco, dopo una curva, non finii addosso a Milena, sdraiata di traverso sul tracciato, che urlava e si teneva il polpaccio destro. Mi dispiace, ragazzina, pensai, stavolta tocca a te, ripresi l’equilibrio e allungai ancora la falcata. Incredibilmente non sentivo più freddo, i dolori che sentivo erano i dolori buoni che mi segnalavano come tutto stesse filando liscio nel mio organismo.
Passai in scioltezza sul traguardo senza degnare di un’occhiata i cacciatori che più che guardare noi scrutavano i cronometri: a dimostrazione dello strano funzionamento del cervello maschile sembrava che i corpi nudi di cinque belle ragazze fossero loro venuti a noia.
Provai ad accelerare ancora, almeno per riscaldarmi, ma dovetti rinunciare: il terreno era diventato ancora più viscido ed insidioso, per la pioggerellina che ormai mi aveva infradiciata fino alle ossa, come mi sembrava, e per il nostro ripetuto passaggio; era meglio restare in piedi e rischiare qualcosa alla fine, decisi.
Correvo, correvo e cercavo di capire quanto ancora c’era da percorrere, e magari se avevo perso o guadagnato qualcosa su Arja e su Fabrizia, ma non potevo dedicarci che un pezzettino del cervello, il resto era impegnato a governare il corpo nella corsa.
Passai di nuovo sul traguardo e vidi che Arja era ferma e ansimante da una parte, con l’occhialuto che, incurante di tutto, le palpava le tette con entusiasmo: accelerai ancora, lei era partita quattro minuti prima di me, e chissà quale era, in quel momento, il mio tempo sul chilometro.
Una fitta al fianco mi costrinse a rallentare un po’, non avevo più riserve e continuai a correre mentre già mi vedevo contorta nella gabbia, immersa nel fango a congelare ed a soffrire ancora fame e sete. Perdi quando immagini di non poter vincere, sembrerebbe un aforisma zen: il dolore al fianco non sparì e allora ce la misi tutta, anche se ormai avevo anche il fiato spezzato, per aumentare la velocità, anche se non sapevo quanto ancora avrei dovuto percorrere.
Corsi, stringendo i denti, e finalmente il pelato mi fece segno di fermarmi e fece scattare il cronometro; io rallentai gradatamente e mi fermai accanto a lui, dopo aver girato attorno al gruppetto dei cacciatori.

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Una Risposta to “931”

  1. meo..... laura ottobre 24, 2014 a 6:40 pm #

    meraviglioso………………..

    marcello

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