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27 Ott

Immagine3-109All’ordine dell’occhialuto ci disponemmo a coppie ed io lessi negli occhi di Milena una feroce determinazione: neanche lei voleva tornare all’aperto, nuda sotto la neve, per dare corpo alle fantasie di un bastardo pieno di soldi.
“Via”, urlò il pelato facendo scattare il cronometro, ed io presi Milena per i fianchi e la trascinai con me in ginocchio sullo sconnesso pavimento di pietra.
Il mio piano era semplicissimo: niente preliminari, niente fronzoli; come nelle mie prime esperienze con altre ragazze io avrei masturbato lei e lei me. Ero certa che non avremmo avuto tempo per altro, ma Milena

 

aveva un piano alternativo e la grinta per metterlo in pratica.
Mi rovesciò senza fatica sulla schiena, mi si sdraiò addosso e mi dette le brevissime istruzioni: “Lasciami fare, non pensare e dimmi tutto quello che ti passa per la testa”.
Non mi lasciò nemmeno il tempo di annuire, mi infilò la lingua in bocca e tre dita dentro, schiacciandomi col suo peso e facendomi sobbalzare: mi sembrò di svenire e poi di venire e sarebbe stato un colpo da maestra, ma non avemmo quella fortuna.
Milena si staccò da me di qualche millimetro e cominciò a pompare avanti ed indietro ed a sibilare oscenità: “Dillo che ti piace, troia, dillo che lo vuoi, dillo che lo senti grosso e duro e che ti sfonda”.
Aveva ragione lei, dovevo rispondere; stava giocando allo stupro, come faceva con i clienti, e c’era solo un ruolo per me.
“Stronzo, bastardo, vigliacco, non ce la fai a soddisfare una donna”, dissi tra i denti, e provai anche a sfuggirle. Quel movimento era quello che si aspettava, le sue dita toccarono un punto sensibile ed io esplosi sentendola urlare “vieni, troia”, subito prima di abbattersi su di me. Colpo doppio, era venuta anche lei.
Il quarantenne che la aveva abbattuta aiutò Milena a rialzarsi ed io mi concessi di dare un’occhiata a Ilary e Fabrizia: erano ancora a sessantanove, ma piangevano invece di leccarsi e le capivo; stavano pensando a quello che le aspettava.
Qualcosa aspettava anche noi, ma non ne avevamo idea: avremmo dovuto avere qualche sospetto nel vedere Arja incaprettata sul tavolo, bel modo di premiare la vincitrice, ma la paura del freddo mi aveva per così dire congelata.
Il pelato e l’altro quarantenne portarono via Fabrizia ed Ilary che ancora piangevano, l’occhialuto si fregò le mani sorridendo e si fece aiutare dal cacciatore che aveva abbattuto Ilary, e che sembrava follemente soddisfatto, per liberare Arja e farla inginocchiare in un angolo.
“Sì, hai sempre il diritto di restare dentro, ma avresti dovuto festeggiare con più entusiasmo la vittoria, ti saresti divertita di più”.
“D’accordo, è la tua preda, ma le avevamo promesso anche da mangiare e da bere”, obiettò vagamente il quarantenne che sembrava non vedere l’ora di scopare me, o Milena, o tutte e due.
“Colpa sua, prima doveva fare cinque pompini in un quarto d’ora e non ci è riuscita. Ai vecchi tempi i cacciatori avrebbe mangiato lei, non quelle ridicole tartine”.
“Meglio così, ha il culo più gradevole della bocca”.
Non era una conversazione tranquillizzante per Milena e per me, e le cose sembrarono peggiorare quando fummo legate a pancia in giù sullo stesso tavolo che prima aveva ospitato Arja; avrei voluto avere almeno una mano libera per toccare Milena, che sentivo respirare forte al mio fianco, ma figuriamoci, non potevo nemmeno girare la testa: due catene passavano attraverso il collare e girando attorno al capo mi costringevano con la bocca contro il legno ruvido arrivando poi a bloccarmi i polsi.
Una grande risata annunciò il ritorno del pelato e del suo amico.
“Un gran bello spettacolo”, disse quest’ultimo, “due culi al prezzo di uno”.
“Sei appena venuto in faccia ad una splendida negretta, ne vuoi ancora?”, ribattè il pelato.
“Sempre, soprattutto quando sono così belle e così troie. Sono state bravissime a venire in quel modo, avrei giurato che nessuna ci sarebbe riuscita”.
“Però hai scommesso sulla preda giusta”.
“Mi sono reso conto di aver sbagliato la scelta, l’altra sera. Ero rimasto affascinato dalle tettone, ma quella lì è molto più porca”.
“Ti sbagli, la brunetta è ancora più porca. Ma hai ancora tempo per imparare”.
La brunetta ero io, e insomma, il pelato continuava a farmi complimenti, a modo suo: a quel punto sapevo cosa aspettarmi.

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