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29 Ott

18k4b11rlqf2mjpg“Niente piscina, per te: sei stata brava, hai diritto ad un premio, ora che è quasi finita”, e mi portò in camera sua.
“Lavati qui con calma, dirò a Pierluigi di recuperare le tue cose e di portartele, lui ti toglierà anche il collare, io non conosco la combinazione, però aspetta,

 

questo lo so fare”, e tolse il radiosegnalatore, “lui dice sempre che non si devono bagnare”, e se ne andò lasciandomi davanti alla porta del bagno.
Mi godetti per un paio di minuti l’acqua bollente in una doccia realmente hollywoodiana, con getti d’acqua che arrivavano da tutte le parti, uno anche, per caso o per malizia del costruttore, dritto nella mia intirizzita passerina.
Poi il caldo riportò in vita tutti i dolori che mi accompagnavano, più uno nuovo, quello del nuovo scorrere del sangue nelle mie membra semicongelate; mi resi conto che non potevo muovermi senza urlare , figuriamoci lavarmi. Inoltre avevo ancora dietro la schiena, la macchia rossa che mi segnalava come preda del pelato, e probabilmente per quella il sapone, anche se fossi riuscita ad usarlo, non sarebbe bastato: forse sarebbe stato meglio se avessi raggiunto le altre nelle piscine.
Forse questo gentile omaggio dell’occhialuto altro non era che un nuovo scherzo di cattivo gusto, pensai, e poi sobbalzai stringendo i denti per i dolori: c’era un’ombra dietro i vetri del box.
“La signorina vorrà scusarmi, ho bussato ma non ho udito la risposta. Posso aiutarla”?
Era Pierluigi, di nuovo correttamente vestito nel suo completo nero da mastro di casa, di nuovo compitissimo, a dimostrare che il gioco di ruolo era finito. E sì, mi feci aiutare, e Pierluigi mi lavò con la delicatezza di una madre, e non saprei dire come, sotto la doccia prima, nella vasca da bagno poi, riuscì anche a non bagnare la sua elegante giacca di lana, che tenne abbottonata per tutto il tempo. Con un panno appena ruvido mi tolse anche il rosso dalla schiena, poi mi asciugò e mi aiutò a rivestirmi.
Sentirmi così rispettosamente coccolata mi fece bene, e quando fui pronta per unirmi alle altre ragazze avevo un aspetto quasi umano, come lo avevano loro, lavate, vestite, truccate e comodamente sedute in un salottino che non avevo visto prima, in compagnia dei ricconi.
Il pelato e l’occhialuto si alzarono compitamente per salutarmi, poi Pierluigi sparì e riapparve qualche istante dopo per servirci uno spuntino; a nostro onore devo dire che non ci gettammo sul cibo come bestie feroci, ma mangiammo indubbiamente di gusto tartine e tramezzini, innaffiando il tutto con un generoso vino rosso che mi sembrò Brunello, e di ottima annata, e conversando amabilmente con i padroni di casa.
Quando i vassoi e le caraffe furono vuoti, il pelato si schiarì la gola e fece il suo discorsetto, che indubbiamente si era preparato. Ci ringraziò per la nostra partecipazione, ci fece i complimenti per il nostro impegno ed espresse il proprio rammarico per non poter più convocare un gruppo di prede di così alta qualità, per bellezza, grinta e capacità di sopportazione.
“E’ una regola che abbiamo mutuato dal nostro amico che ha ideato il gioco: ogni volta prede nuove, purtroppo: chi conosce già la routine non rende bene come una novizia”.
Bene, a parte il ricco gettone di presenza, non credo che nessuna di noi avrebbe comunque avuto voglia di rifarlo. O forse sì? Ed io, che razza di idea mi stava venendo in mente?
L’occhialuto in qualche modo lesse il dubbio che mi attraversava la mente e scoppiò a ridere.
“Sai”, disse al pelato, “non hai voluto scommettere e hai fatto male, avresti vinto”.
“Sarebbe stato rubarti i soldi, che poi sono anche miei visto che siamo soci al 50%”. Si rivolse a me. “Davvero, dì la verità, stai pensando che ti piacerebbe tornare qui, ma come cacciatrice”.
Mi sentii addosso gli occhi di tutte le ragazze e diventai viola, una cosa che non mi capitava più da decenni, abbassai i miei ed ammisi: “Sì, ma non posso permettermelo”.

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